Unpacking Pay Equity in Fashion: Italy è il primo studio al mondo sul tema del gender pay gap della filiera della moda. Nel testo anche la guida pratica per i brand, produttori e stakeholder per implementare azioni che portino a raggiungere una maggiore uguaglianza.
Uno sforzo culturale collettivo. È ciò che serve urgentemente all’industria manifatturiera della moda in Italia per raggiungere l’equità retributiva. A questo tema è dedicato l’ultimo report, ‘Unpacking Pay Equity in Fashion: Italy’, realizzato da PwC Italia e Global Fashion Agenda – GFA, l’organizzazione no-profit che promuove la collaborazione tra gli attori del settore moda per creare un impatto positivo.
Sviluppata con il supporto di Camera Nazionale della Moda Italiana, l’analisi, da un lato, fotografa la situazione attuale; dall’altro, fornisce una guida pratica e un invito all’azione per i brand, produttori e stakeholder del settore, affinché possano implementare azioni volte a raggiungere l’equità retributiva di genere e promuovere una maggiore uguaglianza nel settore. “Solo la metà delle grandi aziende e meno della metà dei produttori di micro e PMI monitorano e segnalano le disuguaglianze salariali”, ha spiegato Erika Andreetta, Partner PwC Italia EMEA Luxury Community Leader, “C’è un’urgente necessità di maggiore trasparenza e strumenti standardizzati lungo tutta la catena del valore, insieme allo sviluppo e all’integrazione di pratiche di acquisto responsabili durante tutto il processo di due diligence”. Oltre l’80% della manifattura della moda italiana, infatti, è costituita da microimprese (meno di 10 dipendenti), il 18,5% da PMI (10-249 dipendenti) e lo 0,2% da grandi imprese (oltre i 250 dipendenti) e questo fa sì che la stragrande maggioranza di loro sia esente dalle normative italiane ed europee relative alla parità di retribuzione e all’uguaglianza di genere.
Ciononostante, queste realtà molto spesso sono parte integrante della supply chain di grandi marchi italiani ed europei che, invece, sono vincolati da obblighi di compliance. “Per affrontare il divario retributivo di genere in Italia e nel più ampio settore della moda, è necessario un impegno unificato da parte di tutti gli stakeholder. Il settore deve dare priorità alla trasparenza, alle pari opportunità ed un’equa retribuzione lungo l’intera catena del valore”, ha sottolineato Federica Marchionni, Ceo di Global Fashion Agenda, “E per farlo ci vuole trasparenza, ossia adottare metodi di misurazione e standard condivisi tra collaborazione tra tutti gli attori e formazione continua. Il problema, non deve arenarsi sulle scrivanie dei dipartimenti delle risorse umane o degli uffici DE&I- Diversity, Equity and Inclusion, bensì essere una priorità per tutta l’azienda e a tutti i livelli”.
Il report, infatti, evidenzia un disallineamento all’interno delle società, dove all’82% dei Ceo, che ritengono che le possibilità di avanzamento di carriera siano paritarie tra uomini e donne, corrisponde solo la metà delle funzioni DE&I e HR. Una situazione che si riflette nelle azioni tanto che solo un’impresa su cinque dichiara di monitorare le disparità salariali di genere con il 45% nel settore manifatturiero che identifica nella maternità un fattore negativo per la progressione di carriera delle donne. “Nel dettaglio, la situazione italiana vede, da un lato una partecipazione femminile al lavoro più bassa degli altri paesi europei; dall’altro, vede un sovra partecipazione delle donne nell’ambito moda. Se i marchi del fashion italiano hanno saputo migliorare, aumentando la rappresentanza femminile nei Consigli di amministrazione, passando dal 21,3% nel 2020 al 27% nel 2023, ora devono riuscire a fare altrettanto sul fronte retributivo, promuovendo un cambiamento culturale inclusivo, che vada oltre la flessibilità dell’orario di lavoro e che valorizzi la genitorialità delle madri ma anche dei padri.”, ha proseguito Marchionni.
La partecipazione delle donne al mercato del lavoro italiano, infatti, è generalmente bassa in tutti i settori con un tasso di occupazione che nel 2023 era del 52,5%, quasi 20 punti in meno rispetto al tasso di occupazione maschile (70,4%), con ampie variazioni regionali. Un risultato negativo che vede l’Italia come fanalino di coda nell’Unione Europea, vicina a Grecia (52,8%) e Romania (54,3%) ma molto distante dai paesi del Nord come Paesi Bassi (78,9%) e della Svezia (75,6%). “Parliamo di cultura perché è proprio investendo su questo territorio che si può fare la differenza così come è successo per la sostenibilità. Quando parliamo di ambiente tutti si mobilitano, ma alcuni dimenticano che uno sviluppo in questa direzione passa necessariamente dall’uguaglianza sociale e bisogna partire dalle scuole perché le prossime generazioni non debbano trovarsi a dover battagliare ancora su questo tema. Per sbloccare la situazione, soprattutto in paesi come il nostro che fatica a considerare paritaria la responsabilità domestica e assistenziale, è fondamentale che nel processo vengano coinvolti tutti con la consapevolezza che la riuscita del cambiamento porterà vantaggi a tutti. Quindi istituzioni, aziende e associazioni devono lavorare coerentemente e allora sì avremo maggiore uguaglianza ma anche migliore produttività, più donne nel settore lavorativo e conseguentemente anche un aumento della natalità, problema questo che preoccupa molto i governi occidentali che però non si risolve senza politiche e servizi mirati”.

