PwC: moda circolare, le nuove normative Ue possono diventare leva di crescita

Secondo un’indagine di PwC, la sostenibilità è già un tema caldo per i consumatori. Ecco perché è necessario per le aziende affrontare la regolamentazioni comunitarie in modo proattivo. Per Sburlati (Confindustria Moda) servono azioni a lungo termine. 

L’Unione europea ha messo in campo un pacchetto normativo destinato a ridisegnare l’intero ciclo di vita del prodotto tessile: dall’Espr (Ecodesign for Sustainable Products Regulation) al Ppwr (Packaging and Packaging Waste Regulation), passando per l’Epr (Extended Producer Responsibility). Tre acronimi che, insieme, significano che il vecchio modello “produci, vendi, dimentica” non è più sostenibile né ecologicamente, né economicamente.

Prima ancora che le nuove regole entrino pienamente in vigore, il mercato sta già segnalando dove sta andando. Il segmento second hand della moda vale oggi circa 227 miliardi di dollari a livello globale (pari a 193 miliardi di euro) e, secondo le stime, raggiungerà i 367 miliardi entro il 2029, con un cagr del 10%, pari a tre volte quello del mercato del nuovo. Solo nel 2024 il settore ha registrato una crescita del 15% anno su anno.

Non si tratta più quindi di un fenomeno di nicchia. Più di due terzi dei Millennials e della Gen Z hanno già acquistato almeno un capo di seconda mano. Il risparmio economico resta la motivazione principale, citata dal 72% degli intervistati in un’indagine condotta da PwC su 1.500 giovani consumatori europei. Ma il 14% dichiara di farlo per scelta etica legata alla circolarità, e una quota crescente lo fa per accedere a brand di lusso.

Le nuove normative si inseriscono dunque in un contesto già maturo per quanto riguarda la sostenibilità. Analizzando le varie regolamentazioni comunitarie, l’Espr, già in vigore dal luglio 2024, a partire dal prossimo 19 luglio introdurrà il divieto di distruzione degli invenduti per le grandi imprese che sarà poi esteso alle medie imprese dal 2030. Il Ppwr, in vigore da agosto 2026, stringe invece le maglie sugli imballaggi con requisiti di riciclabilità sempre più severi (70% entro il 2030, 80% dal 2038). L’Epr, infine, sposta la responsabilità del fine vita del prodotto direttamente in capo a chi lo immette sul mercato.

L’Italia fotografa le contraddizioni di un sistema ancora lontano dagli obiettivi europei. Su 905.000 tonnellate di rifiuti tessili prodotte nel 2024, solo 180mila (il 20%) sono state oggetto di raccolta differenziata. L’80% restante ha preso la strada di discariche o inceneritori. Ogni italiano produce in media 15 kg di rifiuti tessili l’anno, ma ne conferisce alla raccolta differenziata appena 3,1 kg. Eppure l’82% dei comuni italiani ha attivato un servizio dedicato alla raccolta dei tessili, coprendo il 94% della popolazione. Il problema, dunque, è culturale e di sistema, anche se il riciclo aumenta.

Sul fronte della sostenibilità e della necessità di supportare l’industria italiana della moda si inserise anche  la voce di Luca Sburlati, presidente di Confindustria Moda, che da Copenaghen, dove ha presenziato all’ultima edizione del Global Fashion Summit, non lascia spazio a equivoci sulla posta in gioco: “Il manifatturiero della moda in Italia rappresenta la seconda industria più importante per l’esportazione del nostro paese. Insieme a Confindustria Moda, insieme a tutte le associazioni, siamo impegnati nella costruzione del nostro piano strategico industriale decennale per salvare questa industria. Il piano è molto dettagliato, con cinque indirizzi che condividiamo con il governo, tra cui quello sulla sostenibilità ambientale così come economica e finanziaria. Oggi c’è un grosso problema perché il mercato era in calo sulla liquidità. Occorre quindi pensare ad azioni di sopravvivenza a breve termine e poi azioni a lungo termine, incluse tecnologie e intelligenza artificiale applicate alla prototipazione, dalle fasi della fibra fino alle fasi tessute”.

Una dichiarazione che fotografa la duplice pressione su cui si trova il settore: da un lato la necessità di resistere nell’immediato, dall’altro quella di costruire una visione industriale capace di portare la moda italiana dentro la transizione tecnologica e sostenibile. Il punto cruciale che emerge dall’analisi di PwC è che le normative, se affrontate in modo reattivo, erodono i margini. Se invece vengono integrate come leve strategiche, possono generare valore. Quattro sono i pilastri su cui costruire questa transizione.

Il primo è la monetizzazione di nuovi flussi di ricavi: resale, take-back, upcycling e servizi di riparazione non sono operazioni filantropiche, ma modelli di business con margini propri. Il secondo è la riduzione dei costi: gestire correttamente il fine vita del prodotto, invece di distruggerlo o smaltirlo a caro prezzo, riduce l’esposizione alle sanzioni normative e abbatte i costi operativi legati agli invenduti. Il terzo è l’efficienza operativa: il Digital Product Passport, se integrato nei processi aziendali, trasforma i dati di prodotto in un asset operativo. Infine, la readiness normativa: anticipare Espr, Epr e Ppwr significa ridurre il rischio di sanzioni e blocchi commerciali, ma anche aprire le porte ai mercati europei più regolamentati.

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