PwC: la Cina resta un mercato chiave. Ma per il cambio di passo c’è da aspettare il 2026

Secondo Mario Boselli, presidente di Italy China Council Foundation, gli interventi a sostegno dei consumi avranno effetti limitati nella seconda parte del 2025. Per PwC serve incentivare i flussi di turisti cinesi che in Italia scoprono anche i piccoli marchi.

Nel corso della quattordicesima Assemblea nazionale del popolo che si è tenuta a marzo a Pechino, il governo cinese ha presentato le misure politiche per il 2025. Secondo il Government work report, la Cina punta a una crescita economica del 5% nel 2025. Tra le iniziative illustrate dal Primo ministro Li Qiang, quella che più ha suscitato interesse – e speranze – da parte del mondo del lusso è stato il lancio di un pacchetto di incentivi per stimolare i consumi. Nel corso di quest’anno sono previste misure per un totale di 300 miliardi di yuan, ovvero circa 38 miliardi di euro. Il dato è in sensibile aumento – circa il doppio – rispetto ai 150 miliardi di yuan, ovvero l’equivalente di 19 miliardi di euro, stanziati nel 2024.

Mario Boselli, presidente di Italy China Council Foundation

La domanda che il settore del lusso si sta ponendo è se questa misura riuscirà a risollevare la fiducia nei consumatori cinesi, in un momento in cui l’andamento del lusso globale in Cina è ancora contraddistinto da una sostanziale instabilità. Secondo Mario Boselli, presidente di Italy China Council Foundation-ICCF, ente nato nel 2022 dalla Fondazione Italia Cina e Camera di commercio italo-cinese, i presupposti sono moderatamente positivi ma gli effetti si potranno vedere solo nel medio periodo. “Nel 2024 l’effetto degli interventi a sostegno dei consumi è stato debole perché la crisi immobiliare era ancora molto presente”, spiega Boselli. “C’è poi da ricordare che 19 miliardi di euro sono una discreta cifra ma limitata se si considerano i volumi del mercato cinese”. Nel 2025 la situazione cambia. “Con l’inizio di quest’anno accadono due cose: la cifra stanziata sale a 38 miliardi di euro: è il doppio e dunque diventa significativa. Inoltre la crisi immobiliare nel Paese, per quanto permanga, si avvia verso la coda e i contraccolpi sono dunque più lontani. Di conseguenza, l’aumento della cifra e l’attenuazione degli effetti della crisi immobiliare possono effettivamente influire positivamente nella questione del rilancio dei consumi”. Si tratta di stime perché queste iniziative nascono con l’intento di sostenere programmi di permuta dei beni di consumo. “Non parliamo nello specifico di misura a supporto della moda e del lifestyle, sono aiuti emessi a pioggia. Dobbiamo, quindi, metterci nei panni del consumatore cinese: prima di spendere in abiti opteranno per altri beni più urgenti. Per dirla in altri termini, in un momento nel quale il consumatore medio cinese si sente un po’ più ‘povero’, le priorità sono altre”.

Inoltre, nella moda potrebbe anche incidere la parziale disaffezione verso un certo tipo di lusso, con una politica improntata all’austerità verso i prodotti di fascia alta importati e a favore dei marchi luxury cinesi. “Sebbene, dunque, la cifra sia aumentata, non è detto che vada automaticamente a risolvere la situazione”, aggiunge Boselli che aggiunge: “penso che questi stimoli avranno effetti limitati nella seconda parte, in particolare nel quarto trimestre del 2025, e faranno sentire i loro effetti positivi nel 2026. Il 2027 mi aspetto che sia un anno sostanzialmente diverso dal 2024 e che quest’annno si arrivi ad una stabilizzazione con un miglioramento verso la fine”.

Erika Andreetta, partner PwC Italy, Emea fashion & luxury leader

L’economia cinese, rispetto ai decenni passati, sta dunque affrontando un forte rallentamento. “La situazione – spiega Erika Andreetta, partner PwC Italy Emea fashion & luxury leader – nasce da una generale perdita di fiducia dei consumatori dovuti anche ai postumi della pandemia”. Nel 2025, tuttavia, si è registrato un trend in crescita sui flussi turistici in Cina anche verso l’estero. “Si tratta – aggiunge – di un indicatore interessante della possibile ripresa dei consumi. L’Italia rimane, da sempre, una delle mete preferite. Per percezione in termine di qualità e prestigio, i prodotti made in Italy sono riconosciuti dai cinesi per la cura dei dettagli, la tradizione artigianale”. Le nuove generazioni di consumatori, in particolare,  sono molto più informate e attratte dalla cultura, dai valori e dalla storia che ci sono dietro un brand. “Il momentaneo rallentamento non modifica la posizione della Cina che rimane il più grande mercato del lusso a livello globale, con quasi il 25% degli acquisti entro il 2030. I cinesi – aggiunge – si sentono improvvisamente poveri, ma si tratta di un problema di percezione e non di reale mancanza di liquidità. La Cina si confronta con pressioni deflazionistiche e il governo cinese ha attuato politiche monetarie prudenti e stimoli fiscali moderati. La sospensione di 90 giorni sui dazi tra Usa e Cina ha dato una spinta importante ai beni di lusso. I settori del made in Italy che ne beneficiano maggiormente di questo effetto, sono quelli delle cosiddette ‘4a’: alimentare, abbigliamento, arredamento e automotive. Quando si parla di prodotti made in Italy e della reputazione diffusa a livello globale, è importante l’effetto Country of Origin (COO). Il rallentamento sta influendo sulle aziende italiane, soprattutto Pmi che operano nella subfornitura. Questa crisi trae origine da una serie di concause e per risolverla bisogna incentivare i flussi verso l’Italia dei turisti cinesi che, quando vengono, trovano i piccoli marchi, imparano a conoscerli e, quindi, sono importanti tutte le iniziative che generano queste opportunità, così come i progetti che consentono alle aziende italiane di approcciare il mercato cinese”.

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