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Stonefly: Non solo dazi per rianimare i calzaturifici

Di pbadm
31 Mar 2006

«Il dumping asiatico va contrastato con ogni mezzo. Ma le misure protettive da sole non basteranno a risollevare i calzaturieri italiani. È l'intero settore che va ripensato». Loredana Polo è il direttore generale di Stonefly, Azienda trevigiana che produce all'estero il 95% delle sue scarpe e che nel 2005 ha raggiunto un fatturato di 96 milioni (con un incremento del 7% rispetto ai 90 dell'esercizio precedente): due segnali in controtendenza, rispetto all'intero settore delle calzature, che le permettono di analizzare la crisi da un'angolazione diversa ed interessante.


«Naturalmente siamo a favore dei dazi sulle importazioni di calzature asiatiche appena approvati dall'Unione europea» dice Polo. «Se Pechino ha violato le norme sulla concorrenza, è giusto correre in aiuto di chi è stato danneggiato dal dumping, come è evidente nel caso delle aziende italiane».


Ma la concorrenza del Far East è solo uno dei motivi della crisi. L'altro, secondo la manager, va cercato nella eccessiva frammentazione dell'offerta italiana. «Su 6.800 calzaturifici presenti nel Paese, meno di 100 superano i 10 milioni di fatturato. Faticano a investire e a imporsi all'estero. A queste condizioni, chi non cambia marcia o non si aggrega rischia di sparire».


«Chi resta in Italia» osserva Polo «deve sapere che potrà sopravvivere solo con le produzioni ad alto valore aggiunto, dai 150-200 curo in su. Ma anche chi delocalizza dovrà farlo trovando il partner giusto e investendo nel retail». Come ha fatto Stonefly, che entro fine 2006 arriverà a 40 flagship store, la metà dei quali in Asia.


Estratto da Economy del 31/03/06 a cura di Pambianconews

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