Bally ancora in difficoltà. La maison svizzera è stata infatti posta in moratoria concordataria dalla Pretura elvetica, una procedura assimilabile all’amministrazione controllata prevista dall’ordinamento italiano, che congela temporaneamente le istanze di fallimento e affida il destino dell’azienda a un amministratore esterno. Come riportano in sindacati elvetici, l’indebitamento è stimato attorno ai 20 milioni di franchi svizzeri (circa 22 milioni di euro).
Già a maggio l’azienda aveva annunciato 27 licenziamenti programmati per la fine di agosto. In quell’occasione, le parti avevano concordato un dettagliato piano sociale. Da allora la situazione è precipitata: rischiano il lavoro anche circa 100 impiegati amministrativi.
Oggi la label conta 320 negozi e circa 1.500 dipendenti nel mondo. La crisi in atto, tuttavia, mette seriamente a rischio la sopravvivenza del marchio. Il deterioramento della situazione è avvenuto in modo progressivo ma accelerato a seguito dell’acquisto nell’agosto 2024 del marchio da parte del fondo di investimento statunitense Regent Lp dal gruppo tedesco Jab. Allora si trattò di un’operazione che in Svizzera aveva subito sollevato perplessità, alimentando voci su una vendita forzata e preoccupazioni legate al track record del fondo con altri marchi di moda acquisiti in precedenza.
Come ricostruisce la Conceria, all’epoca, la maison poteva contare su un management di profilo: il CEO Nicolas Girotto e il direttore creativo Simone Bellotti. Ma già nell’ottobre di quello stesso anno veniva comunicata una prima riduzione del personale fino a 65 unità e Girotto lasciava la guida del gruppo, sostituito da Ennio Fontana (oggi sostituito con Mario Grauso). A dicembre, la crisi si estendeva all’Italia con l’annuncio della chiusura di Bally Studio a Lastra a Signa, in provincia di Firenze, struttura che impiegava 55 persone e svolgeva attività di prototipazione e industrializzazione del prodotto. Nel gennaio 2025 veniva interrotta anche l’attività della Fondazione Bally, con sede a Villa Heleneum a Lugano. A marzo dello stesso anno, Simone Bellotti lasciava il suo incarico creativo per approdare a Jil Sander.
Il quadro si è poi ulteriormente deteriorato nei mesi successivi, con una serie di licenziamenti cadenzati – 30 a settembre 2025, altri 30 a dicembre – culminati appunto maggio 2026 con la soppressione degli ultimi posti di lavoro legati alla manifattura, decretando la fine della produzione di calzature in Svizzera dopo 175 anni di attività. Come fa sapere il Corriere del Ticino, nel frattempo l’azienda aveva trasferito la propria sede legale da Caslano a Zugo il 3 giugno scorso, mentre parallelamente procedeva alla chiusura di diversi punti vendita sul territorio svizzero, tra cui le boutique di Ginevra in rue du Rhône, Lucerna, Basilea, Lugano e Losanna.
La notizia della moratoria concordataria ha colto di sorpresa i lavoratori, in particolare i 27 dipendenti licenziati a maggio per i quali era stato concordato un piano sociale. Come riporta il quotidiano elvetico, una ventina di ex dipendenti si è ritrovata davanti alla sede ormai vuota di Caslano per un incontro con i rappresentanti del sindacato Ocst: “Ci sentiamo presi in giro”, ha dichiarato una di loro, in azienda da oltre dieci anni. Il vicesegretario dell’Ocst Paolo Coppi ha espresso forte preoccupazione circa la tenuta delle garanzie finanziarie sottoscritte nel piano sociale, mentre per i precedenti cicli di licenziamenti gli accordi risulterebbero al momento confermati.
Secondo quanto ricostruisce la testata ticinese, il registro delle esecuzioni consultato dal sindacato rivela scoperti nei confronti di fornitori, oltre che di fornitori di servizi di telefonia e connettività. Anche il Comune di Caslano figura tra i creditori, con importi ancora da quantificare in termini di imposte e contributi non versati. Il sindaco Emilio Taiana ha dichiarato al Corriere del Ticino di essere consapevole da tempo della “lenta agonia” del marchio, precisando di aver già provveduto a ridimensionare le previsioni di gettito fiscale in sede di bilancio preventivo.
L’Ocst ha denunciato con durezza la condotta della proprietà: secondo il sindacato, la direzione e i responsabili del fondo Regent avrebbero negoziato un piano sociale fornendo garanzie sulla copertura finanziaria pur essendo a conoscenza della reale fragilità della situazione. “Non solo hanno negoziato un piano sociale dando garanzie sulla copertura finanziaria quando erano a conoscenza che la situazione reale dell’azienda rendeva tali impegni altamente incerti, ma anche gli altri collaboratori ancora occupati nell’ambito amministrativo sono stati ingannati”, si legge nella nota del sindacato. L’organizzazione ha chiesto garanzie immediate e verificabili sul pagamento delle prestazioni, piena trasparenza sulla situazione finanziaria e una precisa assunzione di responsabilità da parte della direzione.
In ultima battuta, come fa sapere la testata ticinese, nelle settimane precedenti alla dichiarazione di moratoria si erano verificati movimenti considerati quantomeno insoliti: la creazione di nuove società, la chiusura dell’accesso fisico alla sede di Caslano con il personale in lavoro da remoto e, secondo indiscrezioni, un tentativo non andato a buon fine di cedere il marchio a un acquirente statunitense. L’amministratore nominato dalla Pretura dovrà ora valutare se esistano i margini per evitare il fallimento.



