La sfida tra Cina e Occidente sulla questione dello Xinjiang è ancora accesa, e la palla ora passa agli Stati Uniti. Il Senato americano ha approvato mercoledì una legge per vietare l’importazione di prodotti dalla regione cinese dello Xinjiang a meno che gli importatori non dimostrino che non sono stati fatti con il lavoro forzato. Si tratta dell’ultimo tentativo di Washington per punire Pechino per quello che i funzionari statunitensi affermano essere un genocidio in corso contro gli uiguri e altri gruppi musulmani.
In pratica, la legge per la prevenzione del lavoro forzato prevede che il Dipartimento per la sicurezza interna degli Stati Uniti crei un elenco di entità che collaborano con il governo cinese nella repressione delle minoranze etniche uiguri e di altri gruppi. Contiene anche una ‘presunzione confutabile’ che presuppone che tutte le merci siano state realizzate con il lavoro forzato e quindi banditi dal Tariff Act del 1930, se non diversamente certificato dalle autorità statunitensi.
Il disegno di legge deve passare alla Camera dei rappresentanti prima di poter essere inviato alla Casa Bianca affinché il presidente Joe Biden lo firmi, ma le tempistiche non sono definite. Gli Stati Uniti hanno già vietato l’importazione di cotone, pomodori e alcuni prodotti solari originari dello Xinjiang e hanno sanzionato i funzionari cinesi che sovrintendono alla regione insieme all’Unione europea, al Regno Unito e al Canada. L’amministrazione Biden ha alzato il tiro emettendo un alert alle imprese che potrebbero violare la legge statunitense se le operazioni sono collegate anche indirettamente alle reti di sorveglianza nello Xinjiang, e pochi giorni prima ha aggiornato la sua blacklist aggiungendo altre 14 società cinesi.
Dal canto suo, la Cina nega qualsiasi lavoro forzato, definendolo la “più grande bugia del secolo” e afferma che le sue politiche stanno sollevando la regione dalla povertà, rilanciando l’economia e contrastando l’estremismo. Oltre alle sanzioni, la Cina ha messo in atto una vera e propria campagna di boicottaggio che, sul versante moda, ha colpito diversi brand occidentali, tra cui H&M e Nike, determinando dei sensibili cali di vendite in un mercato chiave come quello cinese e favorendo, per contro, i marchi locali.
Come riporta Bloomberg, a gennaio la dogana degli Stati Uniti ha bloccato una spedizione di camicie di Uniqlo per aver violato un ordine che vieta l’importazione di articoli sospettati di essere prodotti dal lavoro forzato, provenienti dello Xinjiang.
Sul fronte cinese, Esquel Group, società di Hong Kong che produce per diversi marchi tra cui Anta Sports, Hugo Boss e Ralph Lauren, sta facendo causa agli Stati Uniti per l’inserimento, considerato da loro erroneo, della sua unit Changji Esquel Textile Co. Ltd. nella blacklist cinese, sostenendo che era “falsamente implicata” nell’uso del lavoro forzato nello Xinjiang.



