Ancora nubi sul destino di Bally. Secondo quanto riporta la stampa elvetica, il marchio svizzero, dallo scorso giugno posto in moratoria concordataria dalla Pretura elvetica, sarebbe ora sotto sequestro da parte dell’Ufficio fallimenti, dopo che la Pretura 2 di Lugano ha bloccato la cessione ad Aare LLC, società statunitense creata nel maggio scorso.
“Le operazioni – si legge su Ticinonline – alimentano il sospetto di una svalutazione controllata per riacquisire gli asset senza il fardello dei debiti storico”. Come precisa la stampa svizzera, per il marchio, che dal 2024 era passato al fondo americano Regent, sarebbe stata presentata anche un’offerta di acquisizione da parte dell’imprenditore Roberto Martullo finalizzata al mantenimento di una parte delle attività, di alcuni posti di lavoro e all’acquisto del marchio. Tuttavia, Regent avrebbe rimandato al mittente la proposta. Martullo ha dichiarato a laRegione che senza il brand – considerato l’asset principale – l’operazione non avrebbe senso, criticando il modello di business di Regent, accusato di rilevare marchi in difficoltà per poi monetizzarli tramite licenze, a scapito di dipendenti e fornitori. Ha aggiunto che, come imprenditore, non trova corrette queste operazioni, sottolineando le perdite per il centinaio di dipendenti rimasti e per i fornitori con crediti per decine di milioni. Martullo non è nuovo ai salvataggi di aziende in difficoltà: nell’ottobre 2024 Martullo ha rilevato Künzli SwissSchuh AG, storico calzaturificio svizzero fondato nel 1927, che rischiava la chiusura per mancanza di un successore.
La decisione di Regent di respingere la proposta, unita al sequestro a parte dell’ufficio fallimenti rendono ancora più difficile il rilancio di Bally. Negli ultimi due anni il marchio ha infatti subito cinque riduzioni di personale: dai circa 220 dipendenti si è passati agli attuali cento circa. Tra licenziamenti e uscite volontarie sono stati colpiti anche stabilimenti e negozi, con chiusure in diverse città svizzere e a Milano, oltre allo stop produttivo a Caslano e alla chiusura del sito toscano di Lastra a Signa.
Il sindacato Ocst ha chiesto trasparenza, sostenendo che non sarebbe accettabile scaricare i costi della crisi su lavoratori, fornitori e territorio mentre altri soggetti si sottraggono alle proprie responsabilità. Resta da chiarire, sottolinea il sindacato, se dietro le mosse degli ultimi mesi ci sia un piano industriale in grado di garantire un futuro all’azienda, oppure se si stia assistendo a un’operazione di natura più speculativa, con il rischio concreto di un progressivo svuotamento di valore che finirebbe per scaricare sul territorio debiti, posti di lavoro persi e un pesante impatto sociale.



