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Supreme Italia, dura sentenza da giudice Usa

Di Laura Bittau
05 Lug 2021
L’attesa è finita. Giovedì apre il primo flagship italiano di Supreme

Cartellone Supreme in Piazza XXV Aprile, Milano

Supreme mette a segno un altro colpo contro Supreme Italia. Secondo quanto riportato da Bloomberg e The Fashion Law, i responsabili del marchio parallelo rischiano grosso: un giudice americano li ha condannati al carcere e a una sanzione da 10,4 milioni di dollari (circa 8,8 milioni di euro).

Negli ultimi anni, la holding britannica International Brand Firm Ltd guidata da Michele Di Pierro e suo figlio Marcello aveva collezionato, senza alcuna affiliazione con il brand newyorkese, registrazioni del marchio Supreme in Paesi, oltre all’Italia, quali San Marino, Indonesia, Singapore e Spagna, aprendo negozi in Europa e in Cina per vendere le sue repliche ‘legali’.

L’accusa di plagio e violazione della proprietà intellettuale era già in ballo da tempo, almeno dal 2019, quando la commercializzazione di prodotti a marchio Supreme nel mercato cinese aveva scatenato le ire di James Jebbia, fondatore della celebre label che ha contribuito a definire e orientare il panorama streetwear.

Sono serviti a poco i tentativi di dirimere la contraversia con Vf Corporation, parent company di Supreme: il giudice di circoscrizione Martin Beddoe ha condannato i due colpevoli per frode a seguito di un processo che ha stabilito otto e tre anni di carcere rispettivamente per Di Pierro padre, 53 anni, e figlio, 24 anni.

Beddoe ha aggiunto che il duo “ha dirottato ogni aspetto dell’identità di Supreme e l’ha plagiato”, definendo la loro attività “sfrontata”, “offensiva” e “disonesta”.

Una vittoria per Supreme, che alla fine dello scorso anno aveva ottenuto la registrazione del proprio marchio in tutta Europa ostacolando, così, le frequenti attività di contraffazione che trovavano spazio in assenza di un riconoscimento ufficiale nel Vecchio Continente.

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