La bufera della distruzione di prodotti invenduti travolge anche Amazon. Ad aggravare le notizie diffuse lo scorso gennaio dal canale televisivo francese M6, i cui reporter avevano individuato nelle warehouse francesi del colosso dell’e-commerce delle vere e proprie aree dedicate alla distruzione dei prodotti, si aggiungono ora le dichiarazioni raccolte dal Daily Mail nei magazzini della contea metropolitana di West Midlands, nel Regno Unito, dove, per ammissione degli stessi dipendenti “molti prodotti vengono rimandati ai fornitori, ma molti vengono distrutti”.
“Quando il nostro giornale – riporta il Daily Mail – ha fatto una serie di domande, incluse quelle relative alla distruzione di prodotti in giacenza nel Regno Unito, l’azienda ha più volte rifiutato di rispondere”. Solo in un secondo momento una portavoce di Amazon avrebbe precisato che “per i prodotti invenduti la società collabora con una serie di enti benefici tra cui In Kind Direct che a sua volta lavora con organizzazioni senza scopo di lucro per distribuire beni in beneficenza in tutto il Regno Unito.”
Nel 2018, solo in Francia, Amazon potrebbe aver candidato alla distruzione circa 3,2 milioni di prodotti. A generare grosse quantità di giacenze è l’alto numero di prodotti che il gigante di Seattle acquista da rivenditori terzi per mantenere tempi rapidi di risposta agli ordini e di consegna. Secondo quanto riferito dall’inchiesta del canale M6, in caso di grosse quantità di invenduto, un rivenditore avrebbe tre opzioni: chiedere ad Amazon la restituzione dei prodotti, lasciarli in deposito al gruppo Usa oppure autorizzarne la distruzione. A non lasciare grosso margine di scelta sarebbero però i costi per le giacenze di magazzino: nella fase iniziale, spiega sempre il documentario francese, il deposito dei prodotti costa circa 26 euro al metro quadro, per poi lievitare a 500 euro al metro quadro dopo sei mesi e oltre i mille euro dopo un anno.
“Amazon è stato uno dei rivenditori con il rendimento peggiore nella recente inchiesta dell’Environmental Audit Committee ed è scioccante vedere che le politiche di distruzione dell’invenduto siano diffuse in tutta l’azienda”, ha dichiarato Mary Creagh, membro del parlamento inglese e chair dell’Environmental Audit Committee.
Negli scorsi mesi, l’inchiesta del Parlamento inglese ha raggiunto le 16 realtà più importanti della moda Uk, settore che oggi vale 32 miliardi di sterline (36,5 miliardi di euro) e che si è rivelato “non sostenibile”. Nel mirino problematiche legate agli sprechi, all’inquinamento e all’impatto ambientale, a eventuali livelli di retribuzione troppo bassi, all’induzione a un consumo eccessivo da parte dei clienti.



