Nell’ambito dell’Offerta pubblica di acquisto lanciata su Damiani tramite Leading Jewels, la famiglia Damiani sarebbe giunta a detenere oltre il 95% delle azioni della società, superando la soglia per l’ottenimento del delisting (90%) e raggiungendo inoltre il diritto allo “squeeze out”, cioè il diritto di acquisto sulle azioni residue non portate in adesione all’Opa totalitaria. L’addio dell’azienda a Piazza Affari, si legge su Wwd, dovrebbe concretizzarsi entro la fine del mese.
La quotazione del brand italiano di gioielleria risale al 2007, quando è entrata a far parte dell’indice FTSE Italia Small Cap.
A dicembre 2018, la società lussemburghese Leading Jewels ha lanciato un’offerta pubblica di acquisto su Damiani al prezzo di 0,855 euro, con un premio del 5,04% circa rispetto al prezzo di chiusura delle azioni ordinarie di Damiani registrato il 27 dicembre scorso (ultimo giorno di Borsa aperta precedente alla diffusione dell’annuncio dell’Opa), pari a 0,814 euro per azione ordinaria di Damiani.
Alla domanda sulle ragioni del delisting, Guido Damiani, presidente di Damiani, ha spiegato a Wwd che la famiglia vuole “investire sul lungo termine, mentre i mercati si aspettano risultati immediati, cosa che si traduce in un disallineamento tra la famiglia e gli azionisti”. L’Opa sarebbe parte di una strategia votata a investimenti in brand storici del lusso e al loro sviluppo.
Damiani ha chiuso l’esercizio 2017-18 con un incremento dei ricavi consolidati dell’1,6% a cambi correnti (+3,1% a cambi costanti) a 164,2 milioni di euro. Al 31 marzo 2018, il gruppo gestiva 63 punti vendita nel mondo, di cui 49 monomarca Damiani. L’ebitda nell’esercizio 2017-18 è stato pari a 5,3 milioni di euro, +24,1% rispetto all’esercizio precedente, il quale beneficiava anche di proventi non ricorrenti per 1,5 milioni di euro. Il risultato netto di pertinenza del gruppo Damiani è pari a una perdita di 4,0 milioni di euro, in miglioramento rispetto al rosso di 5,5 milioni dell’esercizio precedente.



