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Morgan Stanley gela Inditex. Fine della lunga ‘epoca d’oro’

Di Giulia Sciola
30 Ago 2018
Inditex, nel semestre profitti a +26%

Store Zara

I gruppi del fast fashion non sono più infallibili. A dirlo è la nota con cui Morgan Stanley ha tagliato il target price di Inditex, controllante, tra le altre, delle insegne Zara, Bershka, e Stradivarius, il cui titolo, nella giornata di ieri, ha lasciato sul terreno il 6% alla Borsa di Madrid, accusando la flessione peggiore degli ultimi sei mesi. Il tonfo, calcola la stampa spagnola, ha bruciato circa 5 miliardi di euro di valore dell’azienda.

“Inditex è un retailer di primo livello, tuttavia la sua investment proposition si è indebolita negli ultimi anni. E non ci sembra che questo si rifletta correttamente né nelle stime del consensus né sui multipli che il mercato applica a questo gruppo”, hanno spiegato gli analisti Geoff Ruddell e Amy Curry, pronti a smorzare un eventuale ottimismo in vista della semestrale del 12 settembre. Tra i titoli dei retailer europei seguiti da Morgan Stanley, quello di Inditex sarebbe oggi tra i più costosi: le azioni di Associated British Foods, (controllante di Primark) e di H&M, vengono, rispettivamente, scambiate per un valore pari a 16,3 e 15,7 volte gli utili per azione, mentre il multiplo applicato al gruppo spagnolo è 22,9.

Morgan Stanley ha tagliato il target price del colosso di Arteixo da 26 a 21 euro, e il giudizio da equalweight a underweight. Per la banca d’affari newyorkese, che ha intitolato la sua nota “Going from Great to Good” (quindi da ottimo a buono), l’epoca d’oro di cui Inditex è stata protagonista dal 2001 (la performance di lungo termine è stata definita “fantastica”, con oltre 6mila punti vendita aperti e oltre 63 nuovi Paesi raggiunti dalla quotazione) potrebbe essere conclusa. La società guidata da Pablo Isla viene vista come “sempre più matura” e una sua ulteriore espansione potrebbe contribuire ai risultati di vendita meno che in passato, anche a fronte della concorrenza agguerrita dei player dell’e-commerce.

A supportare queste tesi sono anche le trimestrali deludenti di H&M (alle prese con un periodo di ristrutturazione che prevede investimenti in tecnologia, rinnovamento dei negozi e squilibri negli assortimenti), ma soprattutto la consacrazione, con l’imminente quotazione di Farfetch a New York, di nuovi modelli di vendita. Quello del portale fondato da José Neves, nello specifico, permette infatti ai retailer indipendenti di vendere online il proprio stock con facilità, senza gli oneri di setup e con una struttura di e-commerce avanzata. Lo stesso vale per i brand che approdano su Farfetch, il che motiva partnership recenti come quelle con Burberry, Chanel (per servizi digitali in store) e player dell’hard luxury.

Inditex ha chiuso i primi tre mesi del 2018 con un utile netto pari a 668 milioni di euro, in miglioramento rispetto ai 654 milioni dello stesso periodo del 2017, a fronte di vendite per 5,7 miliardi di euro, a +2% su base annua (+7% a cambi costanti). “Di fatto – sottolineava El País al momento della pubblicazione della trimestrale – siamo però di fronte al ritmo di crescita più basso di almeno due decadi, dal 1998, il primo esercizio i cui dati siano disponibili presso la Comisión Nacional del Mercado de Valores (Cnmv)”. Il primo trimestre del 2017 segnava un +14% sul corrispondente periodo del 2016, quando, a sua volta, la progressione era stata del 12% sul 2015.

 

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