Diventa operativo il divieto comunitario alla distruzione dei prodotti tessili invenduti. La misura, prevista dall’articolo 25 del regolamento Ue 2024/1781 sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili (Espr), è entrata in vigore ieri, 19 luglio, e vieta alle grandi imprese di eliminare capi di abbigliamento, calzature, cappelli e accessori invenduti o restituiti dai consumatori, imponendo di privilegiare riutilizzo, riciclo e donazione. Le medie imprese avranno tempo fino al 2030 per adeguarsi, mentre piccole e microimprese restano escluse dagli obblighi.
Alla norma sul divieto si affianca, come previsto dall’articolo 24 del regolamento, un obbligo di trasparenza: le aziende dovranno rendicontare ogni anno il numero e il peso dei prodotti invenduti di cui si sono disfatte, le motivazioni dello smaltimento e la quota destinata rispettivamente a riutilizzo, riciclo, recupero energetico o smaltimento. Restano ammesse deroghe per i prodotti pericolosi, non conformi, che violino diritti di proprietà intellettuale, danneggiati, deteriorati o comunque inadatti al riutilizzo.
Secondo i dati diffusi da Assoutenti, in Europa fino al 9% dei prodotti tessili immessi sul mercato viene distrutto prima dell’uso, per un volume che arriva a 594mila tonnellate l’anno e genera 5,6 milioni di tonnellate di emissioni di CO2. Il tasso medio di reso per l’e-commerce si attesta invece intorno al 20 per cento.
Se la misura viene comunemente associata al fast fashion, gli effetti si estenderanno in modo significativo anche al segmento del lusso – come osserva il Financial Times – dove la distruzione delle rimanenze ha storicamente rappresentato uno strumento di tutela dell’esclusività del brand e di contenimento dei mercati paralleli. Anche i grandi gruppi dovranno quindi ripensare la gestione delle eccedenze di magazzino, bilanciando maggiori costi di stoccaggio e recupero dei materiali con una pianificazione della produzione più accurata per ridurre il rischio di overstock.



