Un settore che vale ancora oltre 350 miliardi di euro a livello globale ma che convive con una fase di “normalizzazione” dopo il boom post-pandemico, quattro scadenze normative europee ravvicinate e una domanda che ricorre: “siamo davvero pronti per l’intelligenza artificiale?”. Se ne è parlato in occasione della tavola rotonda organizzata da Hardis Supply Chain e dedicata al futuro della logistica nel fashion e luxury. All’incontro hanno preso parte responsabili supply chain e IT di alcuni dei principali gruppi del lusso italiano e internazionale, insieme al mondo accademico, rappresentato dal professor Rinaldo Rinaldi, docente presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Firenze.
UN MERCATO IN ‘NORMALIZZAZIONE’
Il mercato globale del lusso legato ai beni personali ha raggiunto nel 2025 circa 358 miliardi di euro, in leggera flessione rispetto ai 364 miliardi dell’anno precedente: una contrazione che gli analisti preferiscono definire “normalizzazione”, dopo la forte accelerazione registrata negli anni immediatamente successivi al Covid. Se si considera il sistema lusso nel suo complesso – includendo hôtellerie e altri comparti collegati – il valore sale invece a 1.400-1.500 miliardi, con una crescita del 5-6% sul 2024.
Per l’Italia il quadro è più articolato: dopo i 104 miliardi del 2023 e i 90 del 2024, il 2025 segna un recupero a 92,6 miliardi, con una previsione di lieve arretramento a 91,6 miliardi entro fine anno. A pesare sul comparto sono soprattutto le tensioni geopolitiche e i dazi, che hanno inciso sulle esportazioni: verso gli Stati Uniti si registra un incremento del 23% che, tuttavia, sarebbe da attribuire più a rialzi di prezzo – fino al 50-100% su alcuni pezzi iconici nell’arco di quattro anni – che a una reale crescita dei volumi. Pesano anche le criticità logistiche internazionali, dallo Stretto di Hormuz alle rotte di approvvigionamento verso il Medio Oriente, che impongono alle catene del valore non solo resilienza ma anche capacità previsionale e flessibilità.
A rendere ancora più stringente il quadro concorrono quattro scadenze normative europee ravvicinate: il 19 luglio entra in vigore il divieto di distruzione dei capi invenduti previsto dal regolamento Ecodesign; il 16 agosto scatta l’obbligo di registrazione degli imballaggi in ciascun Paese europeo di destinazione; il 27 settembre sarà la volta dell’Empowering Consumer Directive, che impone prove verificabili per ogni dichiarazione di sostenibilità o carbon neutrality sui prodotti; infine, a partire da luglio 2027, entrerà gradualmente in vigore la Corporate Sustainability Due Diligence Directive, che obbliga le aziende a mappare e prevenire i rischi per persone e ambiente lungo l’intera filiera.
DIGITALIZZATI MA NON ANCORA PRONTI PER L’AI
Il cuore scientifico dell’incontro è stata la presentazione, a cura del professor Rinaldo Rinaldi dell’Università di Firenze, dei primi risultati di uno studio sullo stato di maturità digitale della logistica fashion, condotto su un campione di circa cinquanta aziende, per il 70% grandi imprese. Il quadro che emerge è quello di un settore che si attesta su un livello di digitalizzazione “discreto”, con un punteggio medio di 45 su 100 secondo l’indice elaborato dai ricercatori, a fronte però di un tasso di adozione reale di strumenti di intelligenza artificiale che si ferma al 18%.
Il dettaglio del framework, costruito su cinque dimensioni (complessità operativa, orientamento strategico, digitalizzazione del magazzino, livello di integrazione dei sistemi e readiness verso l’IA), restituisce un’ulteriore fotografia: l’85% delle aziende dispone di un proprio sistema di gestione del magazzino (WMS) o si appoggia a quello dell’operatore logistico, e il 95% dichiara un’integrazione base con l’ERP. Tuttavia, per esplicita ammissione degli intervistati, l’85% di questi sistemi non supporta in modo nativo funzionalità di intelligenza artificiale. Solo il 3,8% del campione può essere classificato come “AI leader”, ovvero aziende che uniscono un’alta digitalizzazione a un’altrettanto elevata prontezza verso l’IA, mentre quasi la metà del campione (46%) risulta debole su entrambe le dimensioni.
Un altro dato definito “interessante” dai ricercatori riguarda le aspettative delle aziende nei confronti dell’intelligenza artificiale: più che all’ottimizzazione operativa dei processi, le imprese del fashion guardano soprattutto al supporto decisionale, cioè a strumenti capaci di proporre scenari comparabili in tempi rapidi, lasciando all’esperienza del manager la decisione finale. Quanto alle barriere all’adozione, lo studio evidenzia come cambino in funzione del grado di maturità digitale: mancanza di dati strutturati per le aziende meno maturate, competenze e ritorno dell’investimento per quelle di fascia intermedia, integrazione tra sistemi per le più avanzate.
SUPPLY CHAIN AUTONOMA, PREDITTIVA E ORCHESTRATA
Tre le direttrici per la supply chain del futuro: autonomia, capacità cioè di adattare dinamicamente operazioni e risorse; predittività, ovvero il passaggio dal reporting alla reale anticipazione degli eventi grazie a dati storici, segnali deboli e modelli predittivi; e orchestrazione, intesa come coordinamento esteso tra fornitori, atelier, magazzini e cliente finale. Centrali, in questa visione, le tecnologie di digital twin, la replica virtuale del sistema logistico in grado di simulare picchi di domanda, lanci di collezione o eventi straordinari, e i cosiddetti agenti AI (architetture agent-to-agent) capaci di dialogare tra loro sui diversi sistemi (WMS, TMS, ERP) fino a coordinare decisioni in autonomia. Il concetto di resilienza, da solo, non basterà più: la sfida sarà costruire catene “antifragili”, capaci cioè di apprendere dalle perturbazioni – dai conflitti geopolitici alle crisi delle rotte commerciali – anziché limitarsi a tornare allo stato precedente.
“MANCA IL PASSAGGIO CULTURALE, NON LA TECNOLOGIA”
Non si può negare che, tuttavia, vi siano delle barriere. Non tanto a livello tecnologico, piuttosto culturale e organizzativo: mancano ad esempio dati aggiornati in tempo reale necessari per alimentare modelli predittivi affidabili- Permane una frammentazione elevata tra sistemi, attori e piattaforme lungo la filiera. Da non sottovalutare, poi il costo ambientale della stessa intelligenza artificiale, in apparente contraddizione con gli obiettivi di sostenibilità che il settore si è dato, oltre alla difficoltà di misurare con chiarezza il ritorno degli investimenti in innovazione quando l’obiettivo di fondo (migliorare l’esperienza del cliente o l’efficienza dei processi) non è definito con precisione.
Sul fronte del passaporto digitale di prodotto, nel corso dell’incontro si è convenuto circa il fatto che la sfida principale resti la raccolta e la qualità dei dati lungo filiere fornitori estremamente eterogenee, dalla piccola bottega artigiana alle realtà più strutturate, in un contesto in cui le specifiche tecniche europee sono state pubblicate solo di recente e restano in parte a pagamento. Sul divieto di distruzione dei capi invenduti, in vigore dal 19 luglio, è emerso che l’impatto reale riguarderà soprattutto le logiche di pianificazione della domanda, con un possibile avvicinamento ai modelli di produzione just-in-time già adottati da altri player del fashion.
SECOND-HAND E NEAR-SHORING
Sul fenomeno del second-hand e dei modelli di economia circolare (re-commerce, repair, resale), i risultati dei sondaggi in tempo reale condotti durante l’evento hanno mostrato posizioni polarizzate tra chi lo considera ancora un tema marginale e chi lo vede come un vero cambio di paradigma logistico, complicato da variabili difficili da prevedere quali volumi, tempistiche e modalità di reso. Sul tema del near-shoring, il confronto ha invece messo in evidenza i limiti di una delocalizzazione produttiva fuori dall’Asia: secondo diversi partecipanti, il mercato dei fornitori orientali resta imprescindibile sia per capacità quantitativa sia, ormai, per livello qualitativo, con alcune categorie merceologiche che starebbero addirittura tornando verso la Cina dopo tentativi di rilocalizzazione giudicati prematuri.
I RISULTATI DEI SONDAGGI
Dai sondaggi in tempo reale realizzati nel corso della mattinata è emerso che la raccolta e la qualità dei dati resta la principale sfida legata al passaporto digitale; la maggior parte delle aziende dichiara di essere in fase di adeguamento di processi e sistemi rispetto ai nuovi requisiti di compliance, con una sola realtà già pienamente conforme; il contributo di supply chain e logistica agli obiettivi di sostenibilità aziendale è stato valutato in media 3,4 su 5; tra i KPI logistici monitorati nei bilanci di sostenibilità prevalgono i consumi energetici e le emissioni di CO2 legate ai trasporti. Alla domanda su quale sarà il principale fattore di trasformazione della supply chain fashion&luxury entro il 2030, l’intelligenza artificiale resta l’opzione più indicata dai partecipanti, davanti a compliance e tracciabilità digitale e ad automazione e robotica.



