Si è aperto in un clima ancora complesso il 2026 del calzaturiero italiano. Secondo la nota congiunturale elaborata dal centro studi di Confindustria Accessori Moda per Assocalzaturifici, il fatturato del comparto ha segnato un arretramento del 2,7%, mentre l’export – che assorbe circa il 90% del giro d’affari complessivo – si è attestato a 3 miliardi di euro, in calo dell’1,6% in valore e del 3,6% in volume rispetto allo stesso periodo del 2025.
“Confermo le preoccupazioni espresse dalle imprese nelle previsioni raccolte a fine gennaio scorso”, ha dichiarato Giovanna Ceolini, presidente di Assocalzaturifici. “Il fatturato segna un arretramento del 2,7%, mentre l’export evidenzia segnali di debolezza diffusa, con contrazioni ancora più marcate nei mercati extra-Ue”. Secondo Ceolini, il recupero lieve dei consumi interni non è bastato a compensare la frenata sui mercati internazionali, che restano il principale driver del settore: “Le tensioni geopolitiche stanno amplificando le criticità. Il quadro internazionale conferma l’instabilità delle previsioni e sta generando costi crescenti e rallentando le decisioni di acquisto dei nostri buyer”.
Sul fronte interno arrivano invece segnali più incoraggianti. Le famiglie italiane hanno speso 1,28 miliardi di euro in calzature nel trimestre (guardando i prezzi al dettaglio), in crescita dell’1,7% in valore e del 2,1% in quantità rispetto a gennaio-marzo 2025, trainate in particolare dalle scarpe da donna e dalle sneakers: queste ultime, insieme alle sportive, pesano ormai per il 41% sulla spesa totale.
A livello geografico, la Francia si conferma prima destinazione del made in Italy calzaturiero, con un +6% in valore (nonostante un calo del 3,6% nelle quantità), mentre la Germania accusa una frenata più marcata, al -10%. Pesano soprattutto le tensioni internazionali: l’export verso il Medio Oriente segna un -33% (che arriva al -62% nel solo mese di marzo, dopo l’inizio del conflitto), quello verso i Paesi dell’ex blocco sovietico un -21%, mentre gli Stati Uniti – alle prese dalla primavera 2025 con i dazi doganali aggiuntivi – registrano un -7,4% in valore. Il saldo commerciale del settore si rafforza comunque a 1,3 miliardi di euro (+10,9% sul 2025), per via del netto rallentamento delle importazioni, scese del 9,5% in valore.
Restano le difficoltà sul fronte occupazionale e produttivo: nei primi tre mesi dell’anno si contano 85 imprese attive in meno e 808 addetti in meno rispetto alla fine del 2025. Il ricorso agli ammortizzatori sociali resta significativo, con 6,2 milioni di ore di cassa integrazione nella filiera pelle, in calo del 40% rispetto ai picchi del 2025, ma ancora oltre tre volte superiore ai livelli pre-pandemia.
A livello territoriale, il trimestre premia solo Emilia-Romagna e Piemonte, le uniche regioni a registrare un andamento positivo dell’export. Tra le altre, la Lombardia guida la classifica con un calo in linea con la media nazionale, seguita da Veneto (-14,8%, che copre da solo il 40% dei flussi verso la Francia, comunque in flessione del 6,9%) e Toscana (-19,7%, penalizzata da un crollo dell’82% dei flussi verso la Svizzera). Seguono le Marche (-8,9%, con differenze marcate tra i distretti: -7,7% Fermo, -5% Macerata, -21,7% Ascoli Piceno), mentre Puglia e Campania mostrano decrementi più contenuti, rispettivamente -5,9% e -2,9%.
Sul fronte della demografia d’impresa, a fine marzo le aziende attive in Italia sono scese a 3.490, con un saldo negativo di 74 unità rispetto a dicembre, pari al -2,1%, accompagnato da un calo degli addetti dello 0,8%.
Il trimestre si inserisce in un contesto di continuità con quanto già emerso nel preconsuntivo 2025, con un fatturato del comparto attestatosi a 12,84 miliardi di euro (-2,8%) e l’export a quota 11,5 miliardi, limitando la contrazione all’1,1%. Un quadro che, seppur con la coda favorevole dell’ultimo trimestre 2025, non sembra ancora aver trovato una svolta strutturale.



