I tre luxury brand internazionali che hanno scelto di sfilare durante la recente Milano fashion week non sono accomunati da un dna stilistico affine ma da una strategia tutt’altro che accidentale. La kermesse si è aperta con il fashion show di Ralph Lauren all’interno del proprio headquarter milanese in via San Barnaba e, nell’ultimo giorno, ha visto sfilare Thom Browne nel cortile di Palazzo Serbelloni. Nel mezzo è stata la volta di Paul Smith, ormai di casa, nella storica sede italiana di viale Umbria. Tutti hanno svelato le proposte per la primavera/estate 2027 ma, allo stesso tempo, hanno presentato l’essenza di se stessi. Un concentrato di heritage e tratti distintivi a cui si è stata aggiunta una spolverata di novità, quanto basta per incuriosire gli addetti ai lavori e – allo stesso tempo – assicurarsi la fedeltà della propria clientela. Va ricordato che la fidelizzazione nel lusso maschile è molto meno labile rispetto alla controparte femminile. I due stilisti americani, così come Sir Paul Smith, sono riusciti a delineare un’immaginario aziendale che va di pari passo con quello personale, un po’ come per i colleghi italiani Valentino Garavani e Giorgio Armani. Se il sociologo Marshall McLuhan teorizza che “il medium è il messaggio”, in questo caso potremmo asserire che il fashion designer è non solo il direttore creativo ma il miglior testimonial del proprio stile, molto più di qualsiasi brand ambassador. Tutti e tre, inoltre, vantano un apporto importate alla sartorialità a cui hanno affiancato, ciascuno a proprio modo, elementi playful in grado di attrarre anche l’attenzione dei più giovani.

La collezione ‘Suits in unsuitable situations’ parte proprio dal completo che Sir Paul Smith indossa nella vita quotidiana, una combinazione di funzionalità ed eleganza tipica di una sartoria perfettamente costruita. Nel backstage lo stilista ha fanno riferimento ad episodi della sua vita personale, le vacanze in famiglia con il nonno, che stava in piedi in mare fino alle ginocchia indossando un completo intero e cravatta, con i pantaloni arrotolati. Anni dopo, mentre indossava un completo di lino bianco e si dirigeva all’aeroporto in Toscana, Smith ha aiutato un contadino locale a trasportare uva appena raccolta, macchiando in modo permanente l’abito di un ricco colore bordeaux. Da queste esperienze è nata l’ispirazione della collezione, che considera la sartoria non come qualcosa di statico, ma come capi da indossare che sviluppano carattere nel tempo.

I design director Helen Holmes e Sam Cotton hanno lavorato partendo dall’archivio di Paul Smith, reinterpretandolo con uno sguardo nuovo. “Negli anni Ottanta, Paul è stato parte centrale di un movimento che ha ammorbidito la sartoria, introducendo leggerezza in ciò che fino ad allora era uniforme e rigido. Questa storia di sovversione dei codici sartoriali viene rinnovata in questa stagione”, spiega la nota stampa post-show. Sebbene da alcune stagioni le nuance siano meno sature del solito, la passerella ha indubbiamente fotografato il know how del marchio. Senza bisogno di loghi, Paul Smith si affida ai colori pastello e alle cravatte multicolor per restare inconfondibile. A settembre è in uscita, edito da Pan Macmillan, ‘Threads: my life in style’, nuova autobiografia dello stilista, per chi lo ascolta da anni in backstage è un libro imperdibile.

A proposito di volumi must have, recentemente la casa editrice L’Ippoccampo ha pubblicato la prima panoramica completa delle collezioni donna di Ralph Lauren, dagli anni ’70 a oggi, con le fotografie originali delle sfilate. Le oltre 600 pagine evidenziano una coerenza invidiabile forse ancor più presente nell’abbigliamento maschile. La sfilata milanese dei marchi Polo e Purple Label ha confermato la forza di una maison che ha forgiato l’estetica americana diventando emblema di un’interno Paese. Al re-see è stato possibile toccare con mano l’eccellenza sartoriale così come la capacità di mixare il casualwear con i completi da gala. La reference di Ralph Lauren è Ralph Lauren stesso. Il rischio di scivolare nell’egocentrismo è dietro l’angolo ma in qualche modo viene evitato grazie a quella spolverata di contemporaneità che funge da calamita per la Gen Z. I completi gessati tre pezzi sono impeccabili ma c’è anche il blazer patchwork, alla felpa ‘POLO’ e al pullover con il Teddy bear si aggiungono stampe camouflage, gilet in broccato e giacche tartan. Un mix’n’match tra preppy, streetwear ghetto style ed estetica wasp. Non c’è da stupirsi che in frint row ci fossero uomini dal background così diverso come Lewis Hamilton, Tom Hiddleston, Colman Domingo e Maluma.

C’erano invece la star coreana Chen Kun, il campion di football Joe Burrow, l’attore Charlie Hall e gli italiani Bresh e Marco Mengoni ad applaudire Thom Browne. Inutile girarci intorno, il lessico stilistico del designer è codificato da elementi immutabili che rendono riconoscibile i suoi capi dallo spazio. Sarà un caso se ha raccolto i suoi applaudi indossando una maschera da alieno intergalattico? Lo show è stato allestito disponendo ordinatamente 400 vasi di fiori in seersucker sulla ghiaia del cortile milanese. Persino i set di Browne replicano, stagione dopo stagione, la sua visione meticolosamente ordinata dello spazio. Presenti tutti gli elementi distintivi di Thom Browne: le bande rosso-bianco-blu, i tessuti rigati, le stampe check, i bermuda, gli impeccabili completi sartoriali, l’imperante grigio con tocchi pastello di giallo, verde, rosa e azzurro. A sorpresa hanno però fatto capolino api ricamate su motivi a nido d’ape, rane che saltano tra foglie di ninfea, applicazioni di grilli e formiche accanto ad ali di libellula e ricami a nido d’ape. “Le finiture volutamente consumate rappresentano i cicli stagionali e le generazioni di vita che questi capi attraverseranno”, spiega il brand. “Un approccio inconfondibilmente Thom Browne all’american prep e ai dettagli del menswear tradizionale, rinnovato e rivitalizzato per la primavera 2027”.
La parola d’ordine è proprio ‘rivitalizzare’. Con un linguaggio estetico così definitivo le regole non sono fatte per essere infrante, soprattutto nel menswear. Ognuno dei tre brand ha fatto tesoro del proprio heritage senza limitarsi a celebrarlo ma riuscendo a rivitalizzarlo con approccio contemporaneo.



