Continua la contraddizione dell’oro. Come riporta Il Sole 24 Ore, dopo un rally durato quattro anni e culminato a fine gennaio con un massimo storico vicino ai 5mila dollari l’oncia (circa 4.330 euro), il metallo prezioso ha imboccato una traiettoria discendente che oggi lo colloca ufficialmente in territorio di bear market, con una perdita superiore al 20% rispetto al picco (il “bear market” indica una fase di mercato in cui il prezzo di un asset scende di almeno il 20% rispetto al suo picco più recente, ndr). Nell’ultima seduta le quotazioni hanno toccato 4.117 dollari l’oncia, ritornando sui livelli dello scorso 23 marzo. La correzione, per ampiezza e velocità, ha colto di sorpresa buona parte degli operatori, tanto più perché si è sviluppata in concomitanza con una escalation militare in Medio Oriente, evento che storicamente avrebbe dovuto sostenere, non deprimere, le quotazioni del bene di rifugio per eccellenza.
E il punto di partenza era di rilievo. Nel corso del 2025 e nei primi mesi del 2026 il metallo giallo aveva infatti beneficiato di un insieme di fattori convergenti: inflazione persistente, sfiducia crescente verso i mercati finanziari tradizionali e un clima geopolitico diffusamente instabile. A trainare la corsa è stato anche l’argento, arrivato a toccare i 100 dollari l’oncia dopo un apprezzamento del 147% nell’anno precedente. Un contesto che sembrava aver definitivamente consacrato i metalli preziosi come presidio irrinunciabile dei portafogli globali.
Poi, a partire dalla seconda metà di marzo, qualcosa si è incrinato. Le quotazioni dell’oro hanno ceduto violentemente registrando ribassi a doppia cifra concentrati anche in singole sedute, portandosi verso l’area dei 4.100-4.500 dollari l’oncia. Come ricostruisce il quotidiano, l’innesco coincide con l’attacco diretto di Stati Uniti e Israele all’Iran a fine febbraio: da quel momento il comportamento del metallo si è progressivamente invertito, avvicinandosi sempre più a quello degli asset pro-ciclici. Le quotazioni sono scese nelle fasi di maggiore tensione e hanno tentato il recupero ogni volta che si sono aperti spiracoli diplomatici (un pattern opposto, puntualizza la testata, a quello atteso da chi aveva posizionato il portafoglio in chiave difensiva).
La spiegazione di questa apparente contraddizione risiede nella natura stessa del ruolo che l’oro svolge proprio in portafoglio. Il metallo giallo non ha perso infatti la sua funzione di copertura: viene acquistato nella fase di avvicinamento al rischio e venduto quando la crisi si materializza, per generare liquidità nei momenti di stress più acuto. È una logica, la chiama Il Sole 24 Ore, da “polizza assicurativa” che rende il comportamento recente del tutto coerente, ma che al tempo stesso ha lasciato scoperti molti investitori che si aspettavano la reazione opposta. A fare da amplificatore si è poi aggiunta una serie di dinamiche macroeconomiche sfavorevoli che il quotidiano milanese ricostruisce con precisione. Il conflitto ha messo sotto pressione le rotte del petrolio, riaccendendo le aspettative inflazionistiche: a maggio il rincaro americano ha toccato il +4,2%, un livello che non si registrava da oltre tre anni. In questo scenario la Federal Reserve non ha voluto allentare la politica monetaria e i tassi – o la sola attesa di un loro rialzo – hanno penalizzato strutturalmente l’oro. Il meccanismo è noto: trattandosi di un asset privo di rendimento, il costo opportunità di detenerlo sale in parallelo con quello dei titoli obbligazionari, rendendo i treasury americani (i titoli di stato emessi dal governo degli Stati Uniti, ndr) comparativamente più appetibili. Il rafforzamento del dollaro, anch’esso alimentato dalle aspettative sui tassi, completa infine il quadro: poiché l’oro è quotato in dollari, una valuta americana più forte comprime automaticamente la domanda proveniente dagli investitori.
E ancora, sul piano tecnico, il deterioramento è stato sancito dalla rottura – per la prima volta da settembre 2023 – della media mobile a 200 giorni (la media dei prezzi di un asset negli ultimi 200 giorni di contrattazione – si aggiorna ogni giorno: man mano che passa il tempo, il giorno più vecchio esce dal calcolo e quello più recente entra, ndr), soglia fissata intorno ai 4.412 dollari e considerata dagli investitori di medio-lungo termine come uno degli indicatori di tendenza più affidabile. Una volta violato quel livello – venerdì scorso -, le vendite hanno subito un’accelerazione, alimentate dagli stop-loss automatici (ordini impostati in anticipo dagli investitori per limitare le perdite su un determinato asset, ndr) e dai deflussi degli Eft auriferi (fondi quotati in Borsa che replicano l’andamento del prezzo dell’oro senza che l’investitore debba comprare fisicamente il metallo, ndr), costretti a smobilizzare le proprie riserve per far fronte ai rimborsi. Il successivo supporto tecnico viene individuato intorno ai 4.100 dollari. Al di sotto, si apre la strada verso la ‘soglia psicologica’ dei 4mila. Gli analisti di Citi, come riferisce Il Sole 24 Ore, non escludono una discesa fino ai 3.500 dollari nel caso in cui i transisti nello Stretto di Hormuz non dovessero riprendere entro l’estate, pur mantenendo un target di 5mila dollari a sei-dodici mesi, in uno scenario di normalizzazione della crisi.
In chiusura, il dibattito tra gli analisti ruota attorno a una distinzione che Ole Hansen di Saxo Bank formula con chiarezza: l’oro esprime al meglio la propria funzione difensiva durante le crisi finanziarie o i rallentamenti della crescita: quando i tassi scendono, i rendimenti calano e il dollaro si indebolisce. La crisi attuale ha però un profilo completamente diverso: è una crisi energetica e inflazionistica, non una crisi di fiducia nel sistema, e il metallo giallo ne sta pagando le conseguenze. Quando e se il conflitto si attenuerà, le condizioni potrebbero tornare ad allinearsi con quelle che avevano spinto l’oro ai massimi storici. Per ora, il mercato guarda altrove.



