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Paradosso italiano: meno brand più manager

Di David Pambianco
07 Gen 2026

Che il lusso italiano attraversi una fase complessa, come del resto l’intero comparto dell’alto di gamma, è cosa risaputa. L’atavica questione dimensionale mette sempre più in difficoltà i nostri marchi storici, ormai in larga parte passati sotto il controllo di gruppi stranieri o alle prese con processi di rilancio di cui non si vede ancora la luce in fondo al tunnel. Eppure, mentre il sistema industriale fatica a tenere il passo dei grandi conglomerati francesi, c’è un ambito in cui l’Italia continua a esprimere una leadership evidente: quello manageriale.

Negli ultimi anni, i vertici del lusso globale parlano sempre più italiano. Manager cresciuti nel prodotto, nel retail, nella gestione dei brand e delle filiere complesse, capaci di muoversi in contesti multinazionali senza perdere una solida sensibilità industriale.

Le nomine di Luca de Meo in Kering e di Pietro Beccari ai vertici della divisione Fashion Group di Lvmh rappresentano la manifestazione più visibile, oltre che più recente, di un fenomeno più ampio. Attorno a loro si muove una generazione di top manager italiani che occupa ruoli chiave nei grandi gruppi del lusso. Come Francesca Bellettini, figura di lungo corso in Kering e una delle manager più influenti del gruppo dopo la famiglia Pinault. Ma anche Laura Burdese, recentemente nominata CEO di Bulgari, raccogliendo il testimone da Jean-Christophe Babin, e ancora Gianfranco Gianangeli, oggi alla guida di Balenciaga, Matteo Sgarbossa in Balmain, fino a Riccardo Bellini in Valentino e Alessandro Valenti in Givenchy.

Questa leadership dei manager italiani non è un fenomeno recente. Già prima del Covid era evidente la forza di una generazione spesso protagonista di un ‘duo italiano’ con i direttori creativi. Il riferimento va al sodalizio Marco Bizzarri–Alessandro Michele in Gucci o allo stesso Beccari con Maria Grazia Chiuri in Dior. Dunque l’Italia, pur risultando oggi più defilata nel baricentro della distribuzione del peso economico dei grandi conglomerati internazionali, continua a distinguersi sul piano operativo grazie a un management in grado di guidare processi complessi di trasformazione, rilancio e riposizionamento, spesso in fasi critiche del ciclo economico. Se per decenni il potere decisionale del lusso è stato saldamente ancorato a Parigi e alle famiglie fondatrici, oggi qualcosa si muove. Ed è forse proprio da qui che l’Italia può tornare a far valere la propria importanza strategica: non tanto come piattaforma industriale, quanto come fucina di leadership manageriale.

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