Rafforzare la difesa dei consumatori, adottare misure concrete contro caporalato e lavoro irregolare, contrastare l’ultra-fast fashion e avviare interventi urgenti a sostegno del retail della moda. Sono questi i temi chiave emersi dal Tavolo della Moda, riunitosi ieri, 15 dicembre, al Ministero delle imprese e del made in Italy (Mimit), dopo due rinvii tecnici. L’incontro, presieduto dal ministro Adolfo Urso insieme al sottosegretario Fausta Bergamotto, ha visto la partecipazione delle principali associazioni di categoria e delle organizzazioni sindacali, registrando un ampio consenso definito “unanime” sulle misure di contrasto all’ultra-fast fashion.
Al centro del confronto, le misure per arginare un fenomeno che il ministro Urso non ha esitato a definire “una minaccia diretta alla sicurezza, alla salute e ai diritti dei consumatori”. L’ultra-fast fashion, secondo il ministro, ha raggiunto “dimensioni insostenibili”, anche come effetto indiretto dei dazi americani. A riguardo, sono stati tuttavia illustrati i provvedimenti già adottati o in via di introduzione, sia a livello europeo sia nazionale: dal dazio di 3 euro sui pacchi di valore inferiore ai 150 euro ottenuto in sede di Commissione europea, agli emendamenti alla Legge di Bilancio che prevedono un’ulteriore tassazione di 2 euro sui pacchi low value provenienti da Paesi extra-UE. A questi si aggiungono le misure del recente decreto sui “green claims” e il regolamento sull’Extended producer responsibility (EPR), che sarà recepito anche per rafforzare la responsabilità ambientale dei produttori extra-Ue che vendono tramite e-commerce.
Altro punto centrale del Tavolo è stato quello della legalità lungo la filiera. “Dobbiamo lavorare insieme, in maniera sinergica, per contrastare caporalato e lavoro nero, che mettono a repentaglio la reputazione della moda e del Made in Italy”, ha sottolineato Urso. Il ministro ha annunciato l’avvio di un confronto immediato per arrivare, già nei prossimi giorni, a una soluzione normativa “più organica, efficace e condivisa” rispetto alle prime ipotesi inserite nel ddl PMI in discussione alla Camera.
Su questo fronte, il presidente di Confindustria Moda, Luca Sburlati, ha ricordato come il settore abbia perso “20 miliardi di euro negli ultimi due anni”, l’equivalente – ha detto – “di aver perso improvvisamente l’intero comparto aerospaziale”. Da qui l’urgenza di un Piano strategico nazionale per la moda che eviti ulteriori perdite. “È imprescindibile contrastare ogni forma di sfruttamento e irregolarità lungo la filiera”, ha affermato Sburlati, avvertendo però anche del rischio di una “sovraesposizione mediatica” (soprattutto dopo le recenti inchieste che hanno coinvolto diversi brand del lusso) che potrebbe danneggiare ingiustamente un settore già in difficoltà. “La doverosa lotta all’illegalità non deve trasformarsi in uno spettacolo mediatico. Servono una legge nazionale e un sistema di auditing condiviso lungo la filiera, in tempi brevi”, ha sottolineato il presidente.
A sostegno alla filiera, il ministro Urso ha poi ricordato il ruolo del Piano Transizione 5.0, operativo dal 1° gennaio, insieme a contratti e mini-contratti di sviluppo, Fondo di Garanzia per le Pmi, Nuova Sabatini e interventi sulle fibre tessili naturali e riciclate. Particolare rilievo è stato dato alla proroga al 2026 del credito d’imposta per design e ideazione estetica, con un aumento dell’intensità di aiuto dal 5 al 10 per cento. Nel ddl Pmi, inoltre, è stato inserito un pacchetto da 100 milioni di euro per i mini-contratti di sviluppo nel settore moda, con soglia minima ridotta a 1 milione di euro, per rendere lo strumento più accessibile alle Pmi.
Dal lato del commercio, Federazione Moda Italia–Confcommercio ha portato al Tavolo un Piano strategico del retail della moda, chiedendo interventi urgenti per sostenere il commercio di prossimità, anello sempre più fragile della filiera. “Il paradosso italiano è evidente – ha dichiarato il presidente Giulio Felloni –: l’economia mostra segnali di ripresa, ma i consumi di moda continuano a diminuire”. Nei primi dieci mesi dell’anno, infatti, i dati di settore riportano vendite in calo di oltre il 5%, con una perdita di 4 miliardi di euro rispetto al 2019. Ancora più allarmante il dato sulle chiusure: nel 2024 il saldo tra aperture e cessazioni segna la perdita di più di 6.400 punti vendita. “Ogni negozio che chiude rappresenta un danno economico, sociale e culturale”, ha aggiunto Felloni, ricordando come il made in Italy non sia solo produzione, ma anche relazione e presidio urbano. Tra le proposte avanzate: detrazioni fiscali per acquisti sostenibili e made in Ue nei negozi di prossimità, Iva agevolata sui beni di moda e sostegno ai costi di locazione.



