Nel 2025 il prezzo dell’oro è schizzato, registrando un aumento di oltre il 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e un +9,7% solo nell’ultimo mese. Dietro questo boom del metallo prezioso si celano diverse motivazioni. Oltre al tradizionale concetto di ‘bene rifugio’, in un contesto globale segnato da tensioni geopolitiche e politiche monetarie incerte, a incidere sull’aumento del prezzo c’è anche la debolezza del dollaro, che ne accresce l’appeal per gli investitori esteri, nonché la domanda delle banche centrali, che hanno continuato a incrementare le proprie riserve auree. Per i consumatori finali l’aumento si traduce in una frenata agli acquisti di gioielli, soprattutto in Cina e India (due mercati chiave in cui i gioielli in oro sono molto richiesti), mentre per i marchi, questo incremento del prezzo dell’oro rappresenta un banco di prova importante, soprattutto per i marchi di fascia media e premium che risultano essere quelli più esposti. Per fronteggiare questa problematica, ciascun marchio sta mettendo in atto strategie differenti che spaziano dall’aumento dei prezzi di rivendita, al cambio dell’estetica fino allo sfruttamento di contratti futures sull’oro per bloccare il prezzo di acquisto, mentre alcuni – secondo indiscrezioni della stampa internazionale – starebbero perfino valutando investimenti in catene di fornitura verticalizzate per avere maggiore controllo sui costi.
Le realtà che operano su una fascia prodotto media e premium, nel breve-medio periodo stanno ripensando le loro collezioni soprattutto da un punto di vista creativo sperimentando mix materici — oro e titanio, oro e resine, oro e perle naturali — per alleggerire la quantità di metallo senza sacrificare il valore estetico.
Per questi, il costo dell’oro incide in modo diretto sui margini di produzione e sulla scelta del prezzo. Brand come Pandora e Swarovski, che si rivolgono a un pubblico ampio e sensibile al prezzo, hanno dovuto rivedere le proprie strategie di prodotto e comunicazione. Pandora, ad esempio, nel suo rapporto sugli utili del secondo trimestre ha dichiarato di aver subito un calo di 80 punti base a causa dell’aumento dei prezzi dell’oro e dell’argento e di aver quindi pianificato alcuni aggiustamenti di prezzo per compensare l’andamento sfavorevole dell’oro. Per compensare ha poi progressivamente ampliato la propria offerta di gioielli in argento sterling e placcature leggere per contenere i costi, mentre una realtà come Swarovski ha spinto su collezioni placcate in rodio (tra cui l’esclusiva capsule con Ariana Grande), con metalli misti, resine e cristalli lavorati, puntando su design e luminosità più che sulla quantità d’oro.
Nella fascia più elevata, marchi come Pomellato e Dodo, si trovano in una posizione delicata: il loro prodotto combina artigianalità e oro in quantità significativa, ma un ulteriore aumento dei listini rischierebbe di comprimere la domanda. Alcuni di questi brand hanno risposto riducendo leggermente il peso medio dei gioielli, diversificando con oro riciclato o certificato, e introducendo linee “daily wear” in carature più basse (come 14 carati) o in combinazione con argento o bronzo dorato. In particolare, Pomellato ha comunicato un maggiore impiego di oro rigenerato, una scelta che non solo risponde a criteri di sostenibilità, ma permette anche di controllare i costi e raccontare un valore etico aggiuntivo.
In generale si stima che per le prossime collezioni i brand prediligeranno soprattutto l’utilizzo di oro da 14 carati a discapito di quello da 18 e 22 carati.
Di contro, i marchi di alta gioielleria e lusso risentono molto meno della volatilità del prezzo dell’oro. Marchi come Cartier, Van Cleef & Arpels, Bulgari, Chopard e Tiffany & Co. utilizzano l’oro solo come base di creazioni ma il valore complessivo è determinato principalmente da diamanti, pietre preziose come tormaline e topazi e lavorazioni artigianali. Per questi player, un prezzo dell’oro più alto può perfino essere interpretato come un rafforzamento simbolico del lusso, una conferma della rarità del prodotto. Non a caso, molte di queste maison non hanno ritoccato i listini in modo aggressivo, ma hanno invece sottolineato la dimensione “investment piece” delle proprie collezioni, alimentando l’idea che un gioiello di fascia alta sia un bene di valore intrinseco e durevole, al pari di un asset finanziario.



