Si chiama ‘Smarten up’ la collezione autunno/inverno 2025-26 presentata da Eurojersey alla 39esima edizione di Milano Unica, la fiera dedicata al mondo del tessile fino a domani, 11 luglio, presso gli spazi espositivi di Fiera Milano Rho. Il connubio tra moda e comfort resta la cifra stilistica del brand del Gruppo Carvico specializzato in tessuti tecnici e performativi, le cui caratteristiche sono ormai diventate centrali nella domanda dei consumatori: “Il comfort non è più in contraddizione con la formalità e l’eleganza, anzi, l’obiettivo è proprio avere prodotti che combinino questi due aspetti, per avere meno pezzi nel proprio guardaroba e che durino di più, in un’ottica di sostenibilità”, ha raccontato a Pambianconews il direttore generale Andrea Crespi.
Sostenibilità che storicamente sta a cuore al brand varesino, che si è lasciato alle spalle un 2023 con ricavi per 79 milioni di euro e si procede con cautela, ma fiducia, nel 2024. Nell’ottica ormai consolidata di quantificare e realisticamente ridurre la propria impronta sul pianeta, avviata con l’impiego della metodologia ‘Pef’ abbracciata già nel 2019, Eurojersey è ora la prima tra le aziende tessili a ottenere la certificazione ‘Made Green in Italy’, atta a dichiarare le prestazioni ambientali dei suoi tessuti brevettati Sensitive Fabrics. Istituito dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, questo riconoscimento valuta l’impronta ambientale dei prodotti proprio attraverso il metodo Pef, come definito dalla Commissione europea nella raccomandazione 2013/179/Ue.
Peculiare in quanto prima certificazione di matrice istituzionale, ‘Made Green in Italy’ coniuga la dimensione dell’impatto ambientale dei prodotti, lungo tutta la supply chain, con la dimensione del “bello e ben fatto”, legata alle realtà manifatturiere del tessuto tricolore.
Sullo sfondo, una congiuntura economica complessa per tutto il comparto, alle prese con il processo di normalizzazione post-Covid tra contrazione della domanda e la necessità di smaltire gli stock e rimodulare le dinamiche produttive. “Lo scenario in cui siamo immersi è tutt’altro che semplice – ammette Crespi -. Di conseguenza anche noi stiamo affrontando un momento di assestamento dopo anni di estrema eccezionalità, di fronte ai cambiamenti dei comportamenti d’acquisto dei consumatori e della loro capacità di spesa”. Aggiungendo come stia diventando sempre più profondo il divario tra il mondo dell’alto di gamma e tutto il resto della produzione tessile, “in una polarizzazione che rischia di mettere a rischio la tenuta della nostra filiera”. Resta viva, tuttavia, la fiducia nel ruolo che l’evoluzione del prodotto può giocare nella resilienza della aziende: “Noi arriviamo dal mondo della donna e dei tessuti tecnici, che continuiamo a presidiare, ma ci evolviamo, per esempio nel mondo dell’uomo, in un panorama che cambia”.
Ridimensionate, come accaduto diffusamente tra i player del segmento, le aspettative sul 2024 e su un rilancio atteso per la seconda metà dell’anno. “Probabilmente siamo al di sopra del numeri del settore, ma nel primo semestre abbiamo accusato un calo del 10 per cento”. Proseguendo: “Resta da vedere se saremo in grado di recuperare o meno, ma il contesto resta piuttosto sfidante”. Rimane invariata la spartizione tra le quote di Italia ed estero, che rappresentano rispettivamente il 15% e l’85% del fatturato complessivo. E guardando più da vicino ai singoli mercati, si conferma la preponderanza dell’Europa, che pesa il 60-65% del totale, seguita dal Nord America (20%), “mercato potenzialmente in crescita e che ci sta dando tante soddisfazioni”, e dall’Asia (15%), “interessante soprattutto perché, contrariamente a quanto sta accadendo in Italia, sta assistendo a uno sviluppo notevole dei middle brands”.
*Notizia modificata il 10/07 alle ore 15:30



