Sembra essere ormai ufficiale l’avvio del nuovo corso di Pimkie. L’azienda francese di fast fashion, venduta all’azienda dell’anno dalla famiglia Mulliez a un trio composto da Lee Cooper France (specializzata nel denim), Kindy (produttore di calze) e Ibisler Tekstil (fornitore tessile turco) va incontro, riporta Fashion Network, a un piano di ristrutturazione aziendale votato al risparmio.
L’obiettivo è quello di “accelerare la trasformazione del marchio e garantirne la redditività a lungo termine”, a fronte di “un calo del traffico di persone e delle vendite in alcuni negozi”, spiegano in un comunicato i nuovi proprietari. In Francia sono a rischio 64 boutique e 257 posizioni lavorative.
Del progetto di ridimensionamento i dipendenti della catena di abbigliamento femminile sono stati informati nella giornata di mercoledì, durante un incontro con il Comitato economico e sociale (Cse) da cui è emerso l’intento da parte di Pimkie di predisporre “soluzioni che favoriscano il riposizionamento dei dipendenti interessati”, riporta ancora la testata.
Oggi Pimkie conta circa 1.500 dipendenti e un network di 302 insegne nel mercato domestico (di cui quasi 80 affiliate), 37 store in Germania e 26 negozi in Spagna.
Il consorzio a cui ora fa capo l’azienda ha ribadito, come anticipato, la volontà di inserire Pimkie in un progetto a lungo termine che le permetta di affrontare sfide e criticità del panorama contemporaneo. Fondato nel 1971, il player ha infatti patito negli ultimi anni la concorrenza di colossi come Shein, il boom del second hand e la crisi pandemica .
Secondo fonti sindacali, l’operazione di cessione effettuata avrebbe previsto che la Afm, la holding della famiglia Mulliez, creasse una struttura che consentisse di “finanziare questo piano sociale, gli investimenti e le future scadenze bancarie”, con una dotazione valutata in 250 milioni di euro.
Nel piano strategico del marchio rientra anche una modernizzazione di offerta e immagine, trasformazione dell’infrastruttura tecnologica e e ottimizzazione della supply chain, implementando infine una politica di Csr (Corporate Social Responsibility).



