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Il riciclo del fast fashion affoga le strade di Accra

Di Laura Bittau
22 Set 2021
Il riciclo del fast fashion affoga le strade di Accra

PH: Francois Le Nguyen (Unsplash)

Un cumulo di vestiti che sembrano macerie fumanti: è questa l’altra faccia del fast fashion, nel lontano Ghana. In quella che appare come un’esemplificazione del ‘butterfly effect’, l’ascesa oltreoceano dell’industria a basso prezzo si trasforma in un disastro ambientale nei Paesi dell’Africa, in cui i cosiddetti ‘mercati di salvataggio’ si trovano a dover smaltire enormi quantità di rifiuti tessili che riempiono le strade, intasano le discariche e arrivano a invadere persino le spiagge.

A dare risonanza all’allarmante scenario è la Cbs, secondo cui la quantità di vestiti acquistati dagli americani negli ultimi tre decenni è quintuplicata e ogni capo viene indossato in media solo sette volte. Non è difficile immaginare, con queste premesse, come la massa dei vestiti smessi stia crescendo in modo incontrollato e senza precedenti nella storia dei consumi di ogni tempo.

Un’evidenza che mette in luce le conseguenze della scellerata iper-produzione della contemporaneità, ma anche il, forse meno scontato, paradosso della parabola del riciclo: molti americani donano i loro vestiti usati e dismessi a enti di beneficienza per liberarsene e nel contempo immetterli in un circolo virtuoso di riuso, nella convinzione che finiranno nelle mani di qualcun altro. Ma con la sempre crescente quantità di articoli che vengono scartati e la qualità scadente che caratterizza buona parte dei capi di fast fashion, è difficile che il bilancio vada in pari.

E dove finiscono i vestiti che non trovano posto nella catena dell’upcycling? Nei ‘salvage markets’, che li spediscono in Paesi lontani e invisibili al luogo in cui sono stati prodotti al punto da far pensare che siano spariti. “È una catena di approvvigionamento lunga e complessa che è completamente invisibile non solo alla persona media, ma anche a coloro che che vi partecipano”, ha raccontato all’emittente newyorkese Liz Ricketts, co-fondatrice e direttrice di The Or Foundation. “Tutto ciò che non possono vendere nei loro negozi dell’usato viene venduto nel mercato del ‘salvataggio'”, ha proseguito.

Gli Stati Uniti, decreta l’inchiesta, sono i maggiori responsabili, ma nessuno è assolto. Intanto, al mercato di Kantamanto, in Ghana, arrivano ogni settimana circa 15 milioni di capi di abbigliamento usati che provengono dai Paesi occidentali e l’intera popolazione nazionale conta solo 30 milioni di abitanti.

“L’intero modello del fast fashion è costruito attorno alla produzione di abbigliamento a buon mercato, e gli Stati Uniti sono il più grande colpevole, esportando più vestiti di seconda mano di qualsiasi altro Paese al mondo”, ha spiegato Samuel Oteng, creativo e project manager presso Or Foundation.

I camion scaricano balle di tessuti (chiamati ‘Dead white man’s clothes’) al mercato, che è un labirinto di sette acri di oltre 5.000 bancarelle. Le balle vengono acquistate dai commercianti del mercato, che non sanno in anticipo cosa ci sia dentro, per una cifra che oscilla tra i 25 e i 500 dollari ciascuno. Dopodiché puliscono, confezionano e tingono di nuovo ciò che possono dei vestiti raccolti per dar loro nuova vita”, ha proseguito Oteng.

Il vero problema, oltre alla sovrapproduzione, rimane l’infima qualità del fast fashion, un’industria che per stare in piedi a una simile velocità e con questa mole produttiva non può che poggiare sullo spreco.

Il 40% di tutte le cataste di abbigliamento inviate in Ghana finisce nelle discariche, si legge nei report consultati dalla Cbs. A tal proposito il messaggio di Solomon Noi, che presiede l’area Waste Management dell’autorità amministrativa di Accra, capitale del Ghana, agli Usa tuonava così: “Affrontate la questione. Non nascondetevi con il pretesto di fare delle donazioni di vestiti di seconda mano, spedendoli qua e causandoci solo problemi”.

Il second hand dunque, pratica di per sé virtuosa e non a caso fortemente incoraggiata in un’ottica di consumo sostenibile, nonché premiante per le aziende che vi si dedichino, non è che un palliativo che non può risolvere il problema endemico dell’eccesso, dello spreco di materie prime e beni da cui sarà difficile non farsi sovrastare.

“Alla fine, le persone indossano vestiti per appena due settimane, e poi li scartano”, continua a spiegare Oteng. “I rifiuti non finiscono in America ma finiscono qui, a Kantamanto”. L’ultimo anello della catena alimentare, dove emergono in tutta la loro evidenza le contraddizioni e le criticità di un sistema che sembra voler giocare d’azzardo con le risorse sempre più limitate del pianeta.

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