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Alibaba accetta la svolta socialista: versa 15 mld $ per la ‘prosperità comune’

Di Laura Bittau
03 Set 2021
Il Cis di Nola sbarca su Alibaba

Alibaba

Xi Jinping chiama e le aziende cinesi non tardano a rispondere. Sono passate poco più di due settimane dall’appello del presidente della Repubblica popolare per una virata socialista nella politica economica del Paese, arrivato a differenze di ricchezza ritenute non sostenibili tra i super ricchi e le fasce meno abbienti. Un annuncio che aveva fatto tremare i titoli delle grandi maison e che rischia di sparigliare le carte sulla mappa geografica del lusso.

A dettare la linea sono le grandi corporation cinesi. In particolare, il gigante dell’e-commerce Alibaba è uscito ufficialmente allo scoperto e ha promesso di investire 100 miliardi di yuan (15 miliardi di dollari/13 miliardi di euro) nel progetto del governo di Pechino, seguendo l’esempio di altri colossi nazionali come Tencent, Geely Automobile e Pinduoduo.

Le risorse saranno erogate entro il 2025 e stanziate, ha spiegato la testata di Hong Kong South China Morning Post, al servizio delle pmi e dello sviluppo delle aree rurali.

Sarà il nuovo ‘Comitato di lavoro per l’avanzamento della prosperità comune’ di Alibaba group, guidato dal presidente e CEO Daniel Zhang, a farsi carico delle iniziative incentrate su innovazione tecnologica, sviluppo economico, creazione di nuovi posti di lavoro qualificato e tutela del gruppi sociali più vulnerabili. Creando, inoltre, un fondo comune da 20 miliardi di yuan (circa 2,6 miliardi di euro) per lo sviluppo della strategia governativa.

Dunque, da Pechino è arrivato un segnale inequivocabile che le grandi aziende hanno subito interpretato e raccolto, pagando dazio per l’arricchimento sfrenato conquistato fino ad ora, e contribuendo a ricalibrare le disuguaglianze sociali.

Alibaba, il cui titolo all’indomani dell’annuncio dell’operazione è arrivato a cedere oltre il 3%, è il nome che sta facendo più rumore nella schiera di coloro che si sono arricchiti cavalcando l’onda dell’economia digitale, pari al 30% del Pil del Paese.

Il suo patron Jack Ma all’inizio dell’anno era sparito dalla scena mediatica in seguito al fallimento della maxi Ipo della sua Ant Group, fintech di Alibaba, la cui doppia quotazione stellare (37 miliardi di dollari) a Hong Kong e Shanghai aveva ricevuto il brusco stop del governo centrale, spaventato dall’ingigantirsi delle sempre più fameliche imprese tecnologiche.

Il magnate cinese è nel mirino dell’autorità antitrust. Infatti, ad aprile, Alibaba è stata sanzionata dall’authority con una multa da 2,8 miliardi di dollari, arrivata al termine di un’indagine per ‘sospette pratiche monopolistiche’. Una stoccata pari al 4% dei ricavi del mercato interno di Alibaba, che nell’immediato non ha però vacillato troppo, con le azioni cresciute dell’8% all’apertura dei mercati.

Certo, nonostante il primo trimestre del fiscal year mantenga un trend di crescita (+35%), le stime degli analisti sono state disattese. L’andamento su base trimestrale mostrava infatti una crescita dimezzata, se si pensa che nel quarto trimestre 2020 i ricavi avevano registrato un balzo di oltre il 70 per cento.

In parte ha concorso il ruolo dei sempre più agguerriti competitor, come Jd.com, ma i tempi della crescita scellerata sembrano lontani. Nell’ottica di una nuova ‘ricchezza condivisa’, che si prospetta come il nuovo driver dell’economia cinese, alle multinazionali spetta una pena del contrappasso che potrebbe davvero alterare le dinamiche tra risorse pubbliche e private.

 

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