Il concetto di ‘Bello ben fatto’ sta tornando ad accompagnare l’idea di made in Italy. Se ne parla in sedi istituzionali e, prima della pausa estiva, Confindustria ha quantificato il potenziale estero del ‘Bello ben fatto’ in 82 miliardi di euro. Questo concetto, che integra l’idea di qualità estetica e qualità manifatturiera, non è nato oggi. Al contrario, può vantare un percorso ultra decennale, con tanto di documenti ufficiali. ‘Bello ben fatto’ è stato infatti depositato come opera in Siae (Società italiana degli autori ed editori) all’inizio del 2008, da parte di Mario Boselli, allora presidente di Camera nazionale della moda italiana (di cui oggi è presidente onorario).
L’idea maturò nell’anno precedente, circa a metà del mandato presidenziale, per cercare di ritagliare una identità più chiara e precisa di ciò che era (e poteva essere) il Made in Italy. “Tante persone – ricorda Boselli -, anche addetti ai lavori, si rivolgevano a me come presidente dell’alta moda. E io spiegavo che, in effetti, in Cnmi c’erano anche aziende di ‘alta moda’, ma che in realtà il vanto del Made in Italy, quello che originava e origina grandi numeri in termini di occupazione, fatturati, esportazione e saldo attivo della bilancia commerciale, era e resta ‘il prêt-à-porter di alta gamma’. Quindi, abiti prodotti in serie più o meno numerose. Ebbene, il termine ‘Bello ben fatto’ mi sembrava essere una sintesi corretta di questa eccellenza italiana”.
Da qui si decise il passaggio in Siae, senza la registrazione del marchio. Il deposito, di durata quinquennale, puntava a valorizzare un concetto e una strategia. Infatti, non ha riguardato solo il titolo ‘Bello ben fatto’, ma anche un documento di 12 pagine che rappresentava la visione strategica del settore, che partiva da una analisi delle ragioni del successo del prêt-à-porter italiano di alta gamma, a partire dalle filiere del tessile.
Oggi, è importante ripercorrere questi passaggi, perché “ora più che mai – prosegue Boselli – l’autenticità del made in Italy è un fattore strategico di successo. E il fatto che Confindustria in primis, ma anche tanti altri attori del sistema, abbiano adottato il termine ‘Bello ben fatto’ per indicare quei beni che rappresentano l’eccellenza italiana, in termini di design, cura, qualità dei materiali e delle lavorazioni, è una testimonianza del suo valore attuale”.
Con l’auspicio, conclude Boselli, che il termine venga “utilizzato come manifesto a livello Paese dello stile di vita italiano che il mondo ci invidia, e che io ritengo vada declinato con le tre F di Food, Fashion e Furnishing. Non solo moda quindi”.



