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Balzo delle esportazioni moda italiane in Cina: +175% nel Q1

Di Milena Bello
10 Mag 2021
Balzo delle esportazioni moda italiane in Cina: +175% nel Q1

Wai Tan, Shanghai, China @unsplash

La Cina riconferma il suo ruolo di Paese cardine per l’export mondiale di moda e del lusso, soprattutto in questa fase di revenge spending post pandemia globale. Già i risultati delle trimestrali dei principali gruppi del fashion e luxury avevano evidenziato questo rimbalzo. Ora i dati raccolti da Agenzia Ice  sulla base delle informazioni della dogana cinese fotografano una situazione eccezionale per la moda made in Italy (e, in realtà, per il commercio internazionale in generale) in avvio d’anno. L’incremento delle importazioni di prodotti fashion dall’Italia è passata da 737 milioni di dollari del primo trimestre del 2020 agli attuali 2 miliardi di dollari (circa 1,64 miliardi di euro) con un surplus di 1,3 miliardi di dollari che, in termini percentuali, significa una crescita del 175 per cento.

L’incremento riguarda tutte le categorie Ateco che rientrano nel panel del fashion e quindi valigeria e pelletteria in generale (+197,7), abbigliamento (+146%), calzature (+139%), minuterie ed oggetti di gioielleria (+228%), indumenti a maglia (+160%), indumenti e accessori in cuoio o pelle (+190%), minuteria di fantasia (+184%), cappelli (+225%) e oggetti in perle e pietre preziose (+2.221%). Il trend positivo, va detto, accomuna l’Italia a gran parte dei Paesi mondiali che vendono prodotti del macro settore moda in Cina: a livello generale, le importazioni di prodotti moda in Cina nel primo trimestre 2021 sono aumentate dell’81% ma di certo il Belpaese, oltre a mettere a segno uno degli incrementi percentuali più importanti, si conferma come uno dei principali partner per la Cina, aumentando la sua quota di mercato dal 17% (nel Q1 2020) al 26% (nel Q1 2021).

Dietro a una performance di tale portata ci sono diversi elementi che hanno giocato un ruolo fondamentale in avvio d’anno e che sono legati inevitabilmente alla pandemia che ha toccato in modo generalizzato il mondo e che ha cambiato, forse inesorabilmente, alcune caratteristiche d’acquisto. In primo luogo, va ricordato, il Pil della Cina è cresciuto del 18,3% nel primo trimestre sospinto sia da fattori di offerta che di domanda, con una domanda che solo recentemente sta mostrando di adeguarsi alla crescita dell’offerta, dopo qualche mese di ritardo temporale nell’adeguamento indotto dalla persistenza dell’incertezza delle aspettative. In ogni caso, secondo i dati Agenzia Ice, rispetto al primo trimestre 2019 l’incremento del Pil è superiore di circa il 10%, il che segnala una forte accelerazione dell’espansione economica.

In questo scenario ha trovato terreno fertile il miglioramento delle aspettative e i fenomeni sociali di revenge spending a seguito delle limitazioni patite per l’emergenza sanitaria. Secondo quanto riferito dall’agenzia Ice, a trainare la domanda è soprattutto l’alto di gamma e i grandi marchi e quindi i consumatori alto-spendenti (il medio-basso mostra ancora una domanda ancora relativamente debole). Di fronte alle forti difficoltà da parte dei cinesi di fare acquisti all’estero e all’impossibilità di viaggiare da parte dei “daigou” (sono delle specie di intermediari informali che precedentemente acquistavano all’estero prodotti della moda per conto terzi), molti si sono affidati alle piattaforme e-commerce e da qui l’incremento, quindi, delle importazioni di prodotti dall’estero. Come ricorda l’agenzia Ice di Pechino, i dati statistici possono essere inficiati dalla chiusura delle frontiere con Hong Kong causa Covid che potrebbero generare registrazione di prodotti che precedentemente passavano dalla città frontiera sfuggendo a rilevazioni statistiche doganali. Questo fenomeno è particolarmente evidente nella gioielleria ma potrebbe riguardare tutti i settori della moda che servono la Cina continentale dalla “piazza” di Hong Kong.

 

 

 

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