Dopo le polemiche che si sono levate con la notizia della decisione di fissare il prezzo delle mascherine chirurgiche a 50 centesimi più Iva, prevista dall’ordinanza del 26 aprile, è arrivato il momento della conta dei danni. Secondo quanto risulta a Pambianconews, alcune aziende italiane che hanno riconvertito gli impianti, per far fronte all’emergenza sanitaria producendo mascherine, avrebbero deciso di sospendere la produzione e lamentano magazzini pieni di modelli che hanno difficoltà a smaltire sul mercato. Il problema, spiega Antonio Franceschini, responsabile nazionale di Cna Federmoda, è che “molti consumatori fanno fatica a comprendere che il prezzo di 50 centesimi più Iva fa riferimento a una tipologia specifica di prodotto, quella delle mascherine chirurgiche validate dall’Istituto superiore di sanità. In commercio, però, ci sono diversi tipi di prodotto, per esempio quelle lavabili, riutilizzabili e riciclabili”. Le mascherine chirurgiche, invece, hanno una vita media che va dalle 4 alle 6 ore.
Un cortocircuito comunicativo, insomma, che si aggiunge all’altro problema emerso all’indomani dell’ordinanza. Ovvero che il prezzo imposto per le mascherine chirurgiche validate dall’Iss (Istituto superiore di sanità) sarebbe insufficiente a coprire le spese di produzione.
“Quando con il decreto del 17 marzo si era resa necessaria la produzione di mascherine, queste venivano prodotte in autocertificazione – spiega Franceschini – e non erano quindi sottoposte alla validazione ufficiale. Molte aziende si sono impegnate per rientrare nei parametri imposti dai modelli chirurgici o validati da Iss o dall’Inail”. Attualmente, secondo un documento dell’Istituto superiore di Sanità, sono oltre 130 le aziende italiane (di tutti i segmenti merceologici, non solo della moda) che hanno ottenuto le autorizzazioni per la produzione e la commercializzazione delle maschere facciali ad uso medico.
Uno sforzo importante al quale ha contribuito anche la campagna promossa da Confindustria Moda, Cna Federmoda, Sportello Amianto e Pwc per riconvertire la produzione delle aziende di moda nella realizzazione di mascherine e dispositivi di protezione, che allora scarseggiavano sul mercato. Oggi il progetto coinvolge circa 400 aziende per una produzione di quasi 5 milioni di mascherine a settimana (cifra che include, dunque, anche le mascherine non rientranti nella categoria di validazione Iss).
Da parte istituzionale, il governo ha stanziato nel decreto Curaitalia, 50 milioni di euro per le imprese che si sono attivate nella produzione (in totale sono state ammesse ai finanziamenti 102 aziende di cui il 26% del settore tessile-moda). “Il punto, però, è che nel segmento moda la produzione è quasi sartoriale viste le caratteristiche del settore. Quindi il costo di produzione di una mascherina è già di per sé sui 50-60 centesimi. Se poi ai aggiunge la spese per l’approvvigionamento di Tnt e altre voci si arriva sui 90-96 centesimi a pezzo per un costo alla vendita di circa 1.2 euro”.



