“Non sono mai stato così ottimista rispetto al futuro di questa azienda”. Le parole di Mark Parker, CEO di Nike pronto a cedere il testimone a John Donahoe, inquadrano un secondo trimestre in crescita double digit per il colosso dello sportswear, che però scivola sul mercato domestico. Nel quarter al 30 novembre scorso Nike ha registrato ricavi per 10,3 miliardi di dollari (9,2 miliardi di euro), in aumento del 10% (le vendite dirette hanno segnato un +17%), e un utile netto di 1,1 miliardi (+32 per cento).
Nella prima metà dell’anno il giro d’affari del gruppo di Beaverton è salito da 19,3 a 20, 9 miliardi di dollari, mentre i profitti sono balzati del 28% a 2,4 miliardi.
I risultati trimestrali hanno battuto le aspettative del mercato. Tuttavia, nell’after-hours trading di ieri a Wall Street, le azioni di Nike hanno perso il 2% circa per la performance sotto le attese del mercato americano (dove i ricavi non hanno raggiunto i 4 miliardi stimati dagli analisti, fermandosi a 3,9 miliardi). Negli Usa, ha spiegato l’azienda, hanno pesato i dazi imposti dall’amministrazione Trump. D’altro canto, la Greater China ha trainato l’andamento dell’Asia, con vendite in aumento del 23% per oltre 1,85 miliardi.
Nell’ultimo anno, spiega la Cnbc, il titolo di Nike ha guadagnato il 36 per cento. Il colosso è oggi valutato poco meno di 160 miliardi di dollari (158 miliardi). Nella seduta di ieri, le azioni hanno toccato un massimo intraday di 101,27 dollari.



