Il settore della manifattura lombarda sta risentendo del difficile clima economico internazionale, e i dati lo confermano. Secondo un’analisi sul secondo trimestre 2019 realizzata da Unioncamere Lombardia, il settore della moda risulta aver subito un forte rallentamento, con una flessione della produzione di quasi il 10 per cento.
“Inutile negare la realtà dei numeri – ha commentato Claudio Marenzi, presidente di Confindustria Moda, in un intervento riportato dal Sole-24Ore -: l’analisi trimestrale di Unioncamere preoccupa. Insieme a Toscana e Veneto, la Lombardia è la regione più importante per l’abbigliamento made in Italy”.
Marenzi si è però detto “cautamente ottimista” per diversi motivi. Il primo è che “mancano ancora i quattro mesi più importanti dell’anno, per l’abbigliamento, che potrebbero invertire la tendenza. Secondo, le medie sono utili ma nascondono le differenze, che nel nostro settore e nella filiera sono molto grandi. La più importante di queste differenze, accanto a quelle dimensionali, è tra chi vende più del 50% in Italia e chi invece è più forte all’estero, arrivando ad esportare il 70,80% della produzione. Temo che il dato di Unioncamere sia legato proprio a chi dipende troppo dal mercato domestico”.
Marenzi, che ricopre anche la carica di presidente del brand di capispalla Herno, ha voluto sottolineare l’impegno della federazione che rappresenta 67mila imprese del Made in Italy, le quali generano un fatturato di quasi 95 miliardi di euro e danno lavoro a oltre 580 mila lavoratori.
“Le priorità della federazione – ha proseguito Marenzi – sono chiare e condivise: aiutare le piccole medie imprese a internazionalizzarsi e a concentrare investimenti e collaborazioni di filiera sulla formazione”. Recentemente, i vertici di Confindustria Moda si sono riuniti in un Tavolo della moda convocato dal sottosegretario allo Sviluppo economico, Michele Geraci.
“L’aiuto delle istituzioni – ha concluso – è importante, ovviamente. Quello che voglio dire è che devono essere prima di tutto i singoli imprenditori e le aziende a capire che bisogna guardare fuori dall’Italia. Il mercato dà segnali di stagnazione da troppo tempo, le vendite si faranno sempre più altrove. Allo stesso tempo, però, è la manifattura che deve restare in Italia: ecco perché siamo ossessionati, potrei dire, dal tema della formazione”.



