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Fashion Transparency, vince lo sportswear

Di Marco Caruccio
29 Apr 2019
Fashion Transparency, vince lo sportswear

(ph. @fash_rev)

‘Chi ha fatto i miei vestiti?’. Fashion Revolution parte da questo semplice interrogativo per indagare la trasparenza produttiva dei marchi della moda. Il movimento ha appena pubblicato online il proprio report annuale (Fashion Transparency Index) classificando 200 fashion brand globali in base al grado di trasparenza sulle proprie politiche sociali e ambientali. Date le informazioni di dominio pubblico, Fashion Revolution ha stabilito che solo il 37,5% dei 200 brand indagati ha confermato la capacità di dare vita a progetti legati alla gender equality o alla valorizzazione femminile lungo la supply chain. Solo 3 marchi hanno segnalato violazioni all’interno delle strutture dei propri fornitori. Solo il 55% dei brand comunica l’ammontare di ‘carbon footprint’ annuale (parametro che viene utilizzato per stimare le emissioni gas serra causate da un prodotto), e appena il 19% di questi rende noto il dato anche per la propria supply chain.

Attraverso 250 punti suddivisi in 5 macro-categorie (governance; traceability; spotlight issue; policy & commitments; know, show & fix), il movimento ha stabilito che nessun brand è in grado di superare il 65% del punteggio. Pertanto i marchi più trasparenti sono Adidas, Reebok e Patagonia a quota 64%, seguono sotto il podio Esprit (62%) e H&M (61%). Tra il 50 il 60% ci sono, tra gli altri, molti brand sportivi come Puma, Converse, Nike, The North Face, Vans. Tra le griffe al di sotto del 5% ci sono anche Dolce & Gabbana, Tory Burch e Max Mara.

Il 52% dei brand coinvolti non ha risposto al questionario inviato. Il 2% ha declinato l’invito a prendere parte al progetto. Fashion Transparency Index 2019 è stato realizzato anche grazie al finanziamento dell’Unione Europea.

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