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SMI centralizza la formazione nel Comitato Education

Di Redazione
08 Gen 2019
SMI centralizza la formazione nel Comitato Education

Per rispondere alle nuove esigenze formative dell’industria 4.0, anche Smi e Confindustria Moda sono riuscite ad ottenere il primo importante risultato. La scorsa estate, Sistema Moda Italia ha dato vita al Comitato Education per offrire ai giovani sbocchi professionali immediati e sicuri. E, a fine novembre, ha siglato un protocollo d’intesa con il Ministero dell’Istruzione. Un’occasione per creare sinergie concrete tra le aziende e i giovani che possono mettere a frutto le loro conoscenze, come ha spiegato in quest’intervista Carlo Mascellani, direttore del servizio relazioni industriali e formazione di Confindustria Moda e Smi.

Partiamo dalla tempistica: qual è la situazione italiana al momento?
I numeri ci dicono che indipendentemente dalla congiuntura attuale, esiste un’emergenza in corso. Non ci sono abbastanza figure professionali in grado di colmare quel gap stimato tra i 40 e i 50mila posti di lavoro disponibili. In media, le scuole professionali sfornano 20mila diplomati l’anno. La sproporzione è evidente. Ma lo è anche dal punto di vista qualitativo perché bisogna migliorare l’offerta formativa.

A questo proposito, qual è il vostro obiettivo?
Fino ad ora l’organizzazione della formazione è stata gestita in autonomia dai distretti industriali. Ora abbiamo capito che è necessario un coordinamento nazionale, attraverso un comitato che fa da riferimento per le singole iniziative a livello locale. L’altro caposaldo è il sostegno alle scuole. Per questo stiamo lavorando sulla creazione di una rete di scuole per far sì che gli obiettivi siano condivisi e coordinati.

Dal vostro osservatorio, quali sono le figure più richieste?
Direi che tutte le figure professionali soffrono in qualche modo di un gap. Però più che ai creativi penso ci sia bisogno soprattutto di tecnici. I giovani e le famiglie hanno purtroppo ancora l’immagine di un’industria della moda falcidiata dalla crisi. Ma ora non è così. I dati occupazionali danno un 2017 a +0,1 per cento. E, comunque, si inserisce il discorso chiave dell’industria 4.0. C’è bisogno di grandi professionalità che uniscano manualità alla tecnologia. E in questo i giovani possono fare ovviamente la differenza.

I programmi chiave dell’accordo saranno operativi già dal prossimo anno scolastico?
Stiamo lavorando in emergenza, cercando di tamponare la situazione perché le iscrizioni per il prossimo anno si chiudono in febbraio. Il nostro obiettivo è però il lungo periodo.

Con la proposta della riforma pensionistica ‘Quota 100’, l’allarme occupazione rischia di allargarsi?
Sicuramente. Il nostro settore sconta un’età degli addetti avanzata. E va da sé che i 55-60enni sono quelli con il livello più alto di professionalità. Si rischia di perdere dall’oggi al domani importanti know how. Per questo abbiamo chiesto al Governo di poter prevedere un periodo cuscinetto che garantisca il passaggio di conoscenze tra quanti aderiranno nel caso alla nuova riforma pensionistica, nel caso in cui passi, e le nuove leve.

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