
Sarà una piccola partecipazione. Ma, certo, la nuova alleanza italiana di Bernard Arnault (nella foto), l'uomo più ricco di Francia, quella con le famiglie Drago e Boroli di De Agostini per la partita che si sta giocando su Endemol, la casa di produzione televisiva di cui il gruppo Telefonica ha messo in vendita il 75% in suo possesso, rappresenta l'ulteriore prova degli interessi che legano il colosso del lusso francese all'Italia.
Meglio: i colossi francesi del lusso. Lvmh e il suo competitor per eccellenza, Ppr, guidato da François Henri Pinault, 15,3 miliardi di euro di fatturato il primo, 17,9 miliardi di euro il secondo, sono presenti in modo rilevante in Italia. Negli anni più recenti, infatti, hanno acquisito diversi marchi del made in Italy, a partire dall'accesa disputa su Gucci, vinta da Ppr ma che ha lasciato dietro di sé relazioni mai ricomposte tra i due uomini d'affari. E in Italia hanno poli produttivi decisamente rilevanti e in ulteriore, nuovo, sviluppo. Tutti i principali marchi di Gucci Group, a partire da Gucci, Bottega Veneta e Sergio Rossi, sono e resteranno realizzati in Italia. Mentre Lvmh, che ha qui importanti produzioni (da Fendi a Pucci a Celine alle calzature del gruppo). Non è un caso che un mese fa il presidente della Repubblica Napolitano abbia premiato Arnault con l'onorificenza di Grande Uffiale a merito della Repubblica per gli investimenti realizzati in Italia.
La famiglia Arnault ha poi deciso di entrare nella grande distribuzione, acquistando, insieme al fondo americano Colony Capital, una quota importante di Carrefour (9,7%), la seconda catena mondiale della grande distribuzione proprio mentre Pinault cedeva i grandi magazzini Printemps. Anche il debutto, vicino pur se non ancora ufficiale, della primogenita di Bernard, Delphine, con la presidenza di Pucci viene scrutato con attenzione.
Per quanto riguarda Pinault, ha scelto di dirigersi su Puma, cioè su un marchio del casual "alto" anziché sui gioielli, come suggerivano gli analisti. «I gruppi francesi sono molto bravi, dice Mario Boselli, presidente della Camera nazionale della moda italiana, ma il nostro modello è diverso. Perché riguarda imprese più piccole.
Per il futuro, Armando Branchini, direttore generale di Altagamma (l'associazione delle imprese dell'eccellenza italiana) «il futuro sarà grandi marchi, grandi insegne, grandi media». Più che poli, vede per le imprese italiane, che sono più giovani delle francesi essendo nate al più tardi nel primo dopoguerra, un futuro da quotate «che io chiamo “del terzo tipo: mantenere la famiglia il 51% del capitale e quotare il resto, sul modello di Bulgari e Tod's, che funzionano benissimo e gratificano gli investitori».
Per qualcuno c'è, però, sullo sfondo un nodo che riguarda il posizionamento delle aziende italiane, ancora troppo presenti , è il ragionamento sul prét-à-porter mentre i francesi si stanno concentrando nel lusso in tutti i settori (il tentativo di Lvmh su Aston Martin, ne è dimostrazione), un mercato che l'ultima analisi di Bain & Company stima in 160 miliardi di euro a livello mondiale.
(Su CorrierEconomia è riportato anche l'organigramma di PPR).
Estratto da CorrierEconomia del 30/04/07 a cura di Pambianconews



