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Bracalente (Nero Giardini): I dazi? Poco efficaci sulle scarpe. Ma io non delocalizzo all'estero

Di pbadm
20 Mar 2006

Con un fatturato 2005 di 66 milioni di euro, in crescita del 45% rispetto al 2004. Nero Giardini non è esattamente un produttore di nicchia. Anzi, punta proprio al mass market, con una politica di prezzi contenuti e distribuzione capillare. Eppure ogni scarpa è rigorosamente made in Italy. O meglio, è “fatta in Italia”, come è scritto all'interno e come sottolinea con orgoglio Enrico Bracalente, 46 anni, fondatore e amministratore unico di Bag spa, la società proprietaria del marchio Nero Giardini.


Come è riuscito a non delocalizzare?
Siamo sul mercato dal 1994, la qualità del nostro prodotto è sempre migliorata e il prezzo è rimasto lo stesso. Abbiamo tre stabilimenti a Monte San Pietrangeli e uno a Piane di Falerone, in provincia di Ascoli Piceno, nel cuore del distretto calzaturiero marchigiano. Le oltre 500 persone che lavorano con noi e per noi hanno un'altissima professionalità che viene da una lunga storia e tradizione artigianale. Perché avrei dovuto delocalizzare?


Molti suoi colleghi la pensano diversamente.
Se si guarda solo al breve periodo e all'utile, forse delocalizzare offre qualche vantaggio. Ma solo all'imprenditore, non certo al tessuto sociale e all'economia del Paese. Credo che il ruolo di un imprenditore sia quello di avere un progetto di medio-lungo periodo. I miei modelli, nel settore del tessile-abbigliamento, sono gli Zegna, i Marzotto: persone che hanno compreso a fondo l'importanza di fare qualcosa non solo per sé stessi, ma per la comunità a cui si appartiene.


Nero Giardini cresce mentre il settore è in crisi. Cosa pensa dei dazi sulle importazioni cinesi?
Così come sono stati concepiti, serviranno a poco: sono troppo bassi e la loro introduzione graduale è un problema. La Cina è colpevole di dumping, è vero. Però noi dobbiamo difenderci puntando sulla tecnologia, modernizzando i nostri stabilimenti, scommettendo sulla forza del brand. Questo richiede investimenti pubblicitari ingenti, che bisogna fare con coraggio. Nel 2005 noi abbiamo speso 3,5 milioni di euro in pubblicità, il 5,3% del nostro fatturato. Nel 2006 arriveremo al 6%. Noi calzaturieri italiani non potremo fare concorrenza ai cinesi nel settore delle ciabatte o delle scarpe infradito da spiaggia che costano 2 euro. Ma in moltissime altre categorie sì.


Estratto da Il Sole 24 Ore del 18/03/06 a cura di Pambianconews

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