
Si sono sentiti punti nel vivo. E come presidente della federazione più importante della moda italiana, Paolo Zegna contrattacca. Non ci sta a essere considerato il rappresentante di un'industria che come accusa il survey dell'Economist non sa fare altro che «piagnucolare» a Bruxelles per ottenere misure protezionistiche. Dopo tutti gli sforzi fatti, i viaggi per incontrare i commissari europei, l'imprenditore biellese, a capo dell'omonimo gruppo industriale, ha scritto una mail all'european editor della rivista inglese, John Peet, per chiedergli un incontro. Un confronto diretto perché la «maggior associazione industriale del tessile» (2000 compagnie con un giro d'affari di 26 miliardi di euro, oltre il 60% del fatturato complessivo del settore) non condivide il punto di vista dell'Economist.
«Secondo gli inglesi vogliamo tenere in vita, con particolare accanimento terapeutico, un settore destinato a scomparire in questa parte del mondo. A loro giudizio, salvo una piccolissima fascia di altissima qualità, l'industria tessile italiana sarebbe “destinata a sparire”». Gli inglesi che hanno dismesso il tessile 20 anni fa potranno pensare di farne a meno, noi no, sostiene Zegna: «Non possiamo buttare nel cestino un settore con 68 mila imprese e che fa il 60% del fatturato all'estero, perché in realtà noi siamo poco protetti e fortemente internazionalizzati». E a dimostrazione di ciò invia a Peet una «memo» dell'ultimo incontro avuto con il commissario europeo Peter Mandelson, di tutte le richieste avanzate, che confermano come il settore non sia «solo mobilitato a difendersi» ma che «giochi in attacco», cercando di «cogliere le sfide».
Estratto da Corriere della Sera del 1/12/05 a cura di Pambianconews


