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I grandi marchi? Si facciano carico dei terzisti fedeli

Di pbadm
20 Giu 2005

La Cina è già oggi il maggior produttore di tessili del mondo. Cifre ufficiali non ne esistono, ma stime attendibili parlano di oltre 200 miliardi di dollari di valore della produzione, circa la metà dei quali destinati all'export; ai ritmi di sviluppo attuali, post abolizione quote, la Cina potrebbe passare dall'attuale quota del 20% del mercato mondiale a quasi il 50% entro il 2008; una vera e propria invasione!


Ci dobbiamo preoccupare? Se da un lato il consumatore può vedere vantaggi nell'accesso a prodotti a costi più competitivi, dall'altro dobbiamo tener conto dell'impatto sull'economia complessiva. L'Europa è il primo esportatore di tessili e il secondo di capi di abbigliamento a livello mondiale, con un fatturato di 225 miliardi di dollari e circa tre milioni di persone occupate. Nel breve periodo è stato utile guadagnare tempo, concordando limitazioni del 10-12,5% fino al 2007, coerentemente al meccanismo di «salvaguardia» garantito dal Wto.


La ricetta dei nostri manifatturieri per arginare le conseguenze del fenomeno Cina potrebbe essere così riassunta: outsourcing, miglioramento qualitativo, nuove tecnologie, nuovi metodi, creatività, bassi tempi di riordino e di consegna. Un altro modo efficace per controbattere la concorrenza del Far East è quello di acquisire concorrenti cinesi e indiani che abbiano una produzione e anche una distribuzione locale.


Lo scenario futuro? Assisteremo a un trinceramento produttivo in Italia, e a nuovi investimenti nel marchio e nella distribuzione, soprattutto in Cina, che nel frattempo sta diventando un importante mercato per la moda italiana di qualità. Osserveremo anche una crescente concorrenza dei marchi e produttori cinesi, che arriveranno anche ad acquisire grandi marchi stranieri. I grandi marchi italiani hanno, dunque, responsabilità nei confronti dei terzisti che li hanno fedelmente seguiti per anni fornendo costo, flessibilità e qualità. Per questo ora si devono fare carico dei grandi processi di cambiamento, in grado di valorizzare ciò che di buono è rimasto in Italia.


Estratto da CorrierEconomia del 20/06/05 a cura di Pambianconews

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