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Il lusso di fare affari dove gli altri perdono

Di pbadm
18 Ott 2004

«Io un talent scout? So che in molti lo dicono, ma non è proprio così. E' vero che abbiamo scoperto molti giovani sconosciuti che poi sono diventati famosi, ma in mano non ho nessuna sfera di cristallo. Piuttosto, se proprio devo darmi una definizione è quella del venture capitalist della moda». Franco Penè, cinquantenne torinese, dal 1993 è alla guida del gruppo Gibo di cui è presidente ed azionista di minoranza, mentre la maggioranza è detenuta dalla giapponese Onward Kashiyama. La società possiede lo storico marchio Gibo, e produce una serie di firme “alternative” e ricercate nella fascia lusso.


Com'è iniziata l'ascesa del gruppo?
«Nel 1993 Gibo perdeva 13 miliardi di lire all'anno, ma ritenni che fosse unica nel panorama della moda. Abbiamo speso 70 miliardi per ristrutturarla, poi abbiamo preso Helmut Lang che in quel momento era pronta a portare i libri in tribunale. Noi puntavamo sulla ricerca di marchi di nicchia».


Il vostro segreto?
«Aver costruito a livello internazionale un'operazione di successo. Esportiamo in tutto il mondo l'85 per cento della produzione. Abbiamo sviluppato l'azienda con grande profittabilità gestendo un business dove tutti normalmente perdono soldi, ma soprattutto prendendo firme che chiunque dei nostri competitor avrebbe rifiutato».


Com'è la situazione attuale nel settore lusso?
«Durante la grande euforia tutti spendevano. Dopo l'11 settembre il lusso ha tirato i remi in barca. Noi abbiamo continuato a reinvestire. E' facile farlo in tempi di euforia, ma è giusto farlo quando il mercato cala».


Estratto da Affari & Finanza del 18/10/04 a cura di Pambianconews

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