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E adesso cambia ancora il rapporto griffe-fornitori

Di pbadm
23 Giu 2003

Sembrava, fino a ieri, che le griffe fossero state contagiate da una specie di autarchia produttiva. Fare tutto da soli. Comprare fabbriche e laboratori, eliminare le licenze e controllare direttamente ogni fase del ciclo industriale. «Sembra tutto semplice, poi ci si ritrova in un meccanismo infernale». Chi parla è Franco Bosco, ex amministratore delegato della divisione donna di Gft che di licenze ne ha gestite tante: sia nel corso dei 32 anni trascorsi nel gruppo torinese sia come titolare della Mabro, azienda specializzata in giacche maschili che ha comprato nel '97, continuando a lavorare per nomi illustri come Pierre Cardin, Guy Laroche, Ted Lapidus. E per lui, come per altri, il tempo delle licenze è tutt'altro che finito. Semplicemente, sono cambiati gli equilibri: dei 25 milioni di euro fatturati da Mabro, solo la metà viene dalle licenze.

«Quando ho rilevato l'azienda, le ho fatto fare un salto di livello, portandola sulla fascia altissima del mercato maschile. E ora, oltre alle licenze istituzionali, sono parecchi i grossi nomi della moda con cui ho un rapporto di fornitura. Poi, ho deciso di investire su marchi di proprietà: oltre a Mabrouomo, una linea alto di gamma che va al dettaglio multibrand e che ora vorrei espandere all'estero, ho acquistato a fine 2002 Basile uomo, con l'intento di rilanciare il brand e farne un total look».

II problema, infatti, è cautelarsi dal venir meno di una o più licenze, con impatti incisivi sul fatturato. Come ha fatto Swinger International, altra storica azienda che vent'anni fa congelò il suo omonimo marchio per seguire la produzione delle linee giovani Rocco Barocco jeans, Ungano Fever, Fendi, Anglomania (Westwood), Biagiotti Roma: «Si mette sempre in conto una cessazione di rapporto, a noi è accaduto con Fendi, conferma Mathias Facchini, figlio del fondatore. Per questo, abbiamo colto l'occasione e rilevato da Prada il marchio Byblos, di cui già seguivamo la seconda linea Byblos Blu. Ora, tra prime e seconda linea, e royalties di bambino, occhiali e profumo, il marchio copre circa 20 milioni di euro».

Anche perché, quando una griffe decide di produrre da sé merceologie che esulano dal suo core business può scivolare sulla buccia di banana, come fa notare Ambrogio Dalla Rovere, presidente di Sinv Holding, gruppo che oltre al proprio marchio, Victor Victoria, gestisce una serie di marchi in licenza (partecipandone un paio, Moschino al 30% e Voyage al 22%): «A volte non si ha la massa critica per soddisfare le esigenze produttive di un laboratorio. E bisogna tornare a cercare un valido licenziatario, come è successo a un famoso brand tre anni fa».

Estratto da CorrierEconomia del 23/06/03 a cura di Pambianconews

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