Dom e Tom se ne vanno? Le voci che, nonostante le smentite, continuano a essere il piatto forte dei gossip del fashion system da Londra a New York, da Milano a Parigi, raccontano delle difficoltà in cui si trova per la prima volta la premiata ditta Domenico De Sole-Tom Ford, artefici della più clamorosa metamorfosi di una casa, la fiorentina Gucci, in un brand del lusso di livello globale.
Avvocato De Sole, non ci dica che il rinnovo del suo contratto è questione di soldi
«Infatti non lo è. E’ questione di indipendenza».
Ppr si è impegnato a comprare nel marzo 2004 tutte le azioni Gucci in circolazione al prezzo di 101,5 dollari. Qualche tempo fa lei si diceva sicuro che titolo sarebbe stato a 120 dollari.
«Questa era la mia speranza. A dir la verità, quando è stato fatto l'accordo con Pinault era impensabile che il titolo potesse stare sotto i 101 dollari. Non mi aspettavo tutti questi eventi negativi. Due anni fa, se mi avesse chiesto: ci sarà il put?, avrei detto di no. Oggi, viste le difficoltà, dico che è probabile che venga esercitato».
Qual è il vostro cash flow?
«Nel 2003 stimiamo di generare un cash flow di 380 milioni di euro. A questi vanno sottratti 170 milioni di investimenti in conto capitale, le spese per la nuova proprietà di Tokyo e le cifre per l'acquisto di stock option, entrambe riservate».
Non ha mai avuto la tentazione di produrre all'estero?
«A volte mi chiedono: perché noti producete in Cina? Ma c'è una tradizione italiana per i prodotti di lusso. E una ragione di marketing: i consumatori giapponesi, che sono tra i più importanti per noi, pensano che il prodotto made in ltaly sia di qualità più alta. Senza contare che in Italia c'è una flessibilità abbastanza unica ad adattarsi ai nuovi prodotti».
Vedi tabella che segue
Estratto da L'Espresso del 13/06/03 a cura di Pambianconews


