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Lululemon perde quota in Borsa (-8%): nel Q1 pesano outlook e Nord America

Di Redazione
08 Giu 2026
Lululemon perde quota in Borsa (-8%): nel Q1 pesano outlook e Nord America

Il flagship di Lululemon a SoHo, New York

Lululemon Athletica non è più in ottima forma. Il gruppo canadese ha presentato i risultati del primo quarto dell’esercizio 2026 accompagnati da una revisione al ribasso delle guidance annuali. La reazione di Wall Street non ha tardato: il titolo ha perso circa l’11% nelle prime contrattazioni del giorno successivo e chiudendo a -8%, portando a un calo complessivo di circa il 40% da inizio anno (la capitalizzazione di mercato si è assottigliata a circa 14 miliardi di dollari, pari a 12 miliardi di euro). A pesare, il calo del margine lordo nel secondo trimestre di circa 410 punti base, in parte a causa dei maggiori costi legati ai dazi e agli investimenti.

Sul fronte dei ricavi, il trimestre non è andato male in assoluto: i ricavi netti sono cresciuti del 4% a 2,47 miliardi di dollari (circa 2,14 miliardi di euro), ma il dato nasconde una forbice sempre più ampia tra i mercati: la Cina mainland segna +30% a cambi correnti (+23% in valuta costante), mentre il resto del mondo cresce del 13% (+9% in valuta costante), per un totale internazionale di +22%. Il problema, strutturale e motivo di sfiducia, è il mercato domestico: gli Stati Uniti cedono il 4% a cambi correnti, Canada e Americhe entrambe a -3 per cento.

Ma la vera ‘doccia fredda’ per i mercati è arrivata con le previsioni. Per il secondo trimestre, la società stima un utile per azione tra 1,76 e 1,81 dollari, contro i 2,68 dollari attesi dagli analisti. Per l’intero esercizio 2026, Lululemon ha rivisto la guidance sui ricavi da una crescita del 2-4% a un range compreso tra -1% e 0%, con un fatturato atteso tra 11,0 e 11,15 miliardi di dollari. L’utile per azione annuale è stato tagliato a 10,95-11,15 dollari dai precedenti 12,10-12,30 dollari.

A pesare sono diversi fattori che si sovrappongono: i costi aggiuntivi legati ai dazi, che contribuiscono a una compressione del margine lordo di 410 punti base al 54,2%, e il margine operativo sceso all’11,2% (-730 punti base). Ma il nodo strutturale è la perdita di rilevanza del brand in Nord America, dove la concorrenza di nuovi player (come Alo e Vuori) si fa sempre più pressante, mentre alcune scelte di prodotto non hanno centrato il bersaglio. La campagna yoga, ha ammesso la stessa CFO Meghan Frank nella call con gli analisti, “non ha avuto l’effetto traino atteso sulle altre categorie dell’assortimento”.

Il momento non è dei più semplici anche sul piano della governance: l’azienda è reduce da una battaglia azionaria con il fondatore Chip Wilson, chiusa a maggio, e si prepara a un passaggio di consegne al vertice con l’arrivo della nuova CEO Heidi O’Neill – ex Nike – previsto per settembre. Un ingresso che gli investitori stanno attendendo con molta cautela. Diversi analisti hanno già tagliato i propri price target dopo i risultati. “L’azienda ha un brand forte, ma sovraesposto, e temiamo un calo continuo dei ricavi in Nord America, poiché il business deve rilanciare la sua offerta e la sua narrazione di marca”, ha dichiarato a Reuters Simeon Siegel, analista di Guggenheim Securities.

Il conflitto è esploso nelle ultime settimane, quando la società ha depositato un documento presso la Sec (la Securities and Exchange Commission, l’autorità di vigilanza sui mercati finanziari degli Stati Uniti) rispondendo pubblicamente, per la prima volta in modo strutturato, alle accuse di Chip Wilson.

Il messaggio – riportato da Reuters e contenuto in una lettera agli azionisti – non lascia spazio alle interpretazioni: il fondatore ha “prospettive anacronistiche” su come posizionare il brand e presenta “preoccupanti conflitti di interesse”. A inasprire – e, dal lato Wilson, a causare – la situazione è però l’evidenza di un periodo complesso per il gruppo di Vancouver, il cui titolo ha perso oltre il 62% negli ultimi dodici mesi, scivolando da un massimo a 52 settimane di 340,25 dollari fino ai minimi recenti intorno a 119 dollari, ai livelli più bassi dell’anno.

“Wilson, che ha cessato di far parte del consiglio di amministrazione oltre un decennio fa per ragioni ben documentate, attacca da molti anni l’azienda e il cda, danneggiando il marchio e recando pregiudizio agli azionisti. Ora ha presentato tre candidati alternativi nel tentativo di riottenere quella maggiore influenza sull’azienda che ha sempre ambito sin da quando se n’è andato”, si legge nella lettera, visionata dalla Cnbc.

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