La sostenibilità non è una conquista estemporanea né un accessorio da sfoggiare. Assomiglia piuttosto a un percorso accidentato in cui ad avanzare è chi riesce a coniugare rigore operativo, leadership e capacità di visione. Sia il mercato sia le normative europee spingono congiuntamente in questa direzione, mettendo al centro i veri snodi della transizione sostenibile: due diligence di filiera, misurazione d’impatto e passaporto digitale di prodotto (DPP). Se negli anni passati l’attenzione era puntata prevalentemente sulla rendicontazione, ora – con il Clean Industrial Deal – il focus si sposta sulla reale riduzione dell’impatto sociale e ambientale della produzione.
Quest’ultima diventa possibile solo nella misura in cui si lavora insieme alla filiera. Una filiera che, in un settore come la moda, è lunga, complessa e disseminata su aree geografiche anche molto distanti tra loro. È qui che l’azienda ha la responsabilità di guidare il cambiamento, trasformando i possibili attriti in connessioni. Non a caso, Unlocking barriers. Building bridges è il titolo dell’ultimo Global Fashion Summit che si è tenuto a Copenaghen dal 3 al 5 giugno. Un appuntamento che ha chiamato a raccolta brand, policy maker, investitori, solution provider e organizzazioni internazionali. C’era anche il brand italiano Ympact, che supporta oltre tremila aziende del sistema moda nella tracciabilità delle catene di fornitura e nella misurazione degli impatti ambientali e sociali della produzione, collaborando con più di 50 brand globali e mappando oltre 80mila fornitori in 22 Paesi.
“Abbiamo colto un messaggio potente che condividiamo: la sostenibilità è un driver di competitività tra i più importanti, ma ha bisogno di coraggio, di visione, di metodo scientifico basato sui dati e di una leadership capace di trasformare le barriere in ponti”, ha spiegato Francesca Rulli, co-founder di Ympact. “Abbiamo colto un’energia molto positiva, ma la voce della filiera si è sentita poco e questo è un punto su cui riflettere. Sarebbe un’opportunità preziosa raccontare l’esperienza di tanti fornitori italiani che da anni implementano progetti concreti di sostenibilità”. Il passaporto digitale di prodotto, previsto dal regolamento Ecodesign per prodotti sostenibili, serve anche per valorizzare queste esperienze. Fornendo al consumatore ciò che tanto spesso sfugge, vale a dire una valutazione seria, approfondita e documentata dell’impronta sociale e ambientale di ciò che sta per acquistare. Un tema che non poteva mancare nell’agenda dell’e-P Summit 2025, l’evento di Pitti Immagine dedicato ai rapporti tra moda e digitale che si è tenuto il 21 e 22 maggio alla Stazione Leopolda di Firenze. Massimo Brandellero, co-founder di Ympact, ha voluto approfittare di questo evento per lanciare una provocazione, sottolineando, “Il digital product passport non esiste. Mi spiego meglio: le landing page che alcuni brand stanno lanciando negli ultimi mesi sono utili a fini dimostrativi e possono rivelarsi ottimi strumenti di marketing, ma il passaporto digitale di prodotto è un’altra cosa. Nell’accezione europea, è un protocollo tecnico che raccoglie dati certificati lungo l’intera filiera, costruendo un dataset interoperabile, sicuro, verificabile. Il DPP sta nei dati, non nella vetrina. Quella verrà dopo – come punto d’arrivo, non di partenza”.



