L’Italia resta un Paese chiave per la manifattura anche in funzione dei delle operazioni dei grandi gruppi internazionali del lusso che nel Belpaese continuano a trovare dei player strategici per la produzione, oggetto di costanti e continue acquisizioni. È quanto è emerso nel corso dell’intervento di Alessio Candi (consulting e m&a director di Pambianco) dal palco del 27° Fashion Summit Pambianco – Pwc, nella ricerca di Pambianco ‘Il ruolo dell’Italia nel nuovo sistema moda mondiale’.
L’analisi presentata ha evidenziato come nel 2021 i quindici principali marchi del lusso europeo (Armani, Brunello Cuccinelli, Burberry, Chanel, Dolce&Gabbana, Hermès,Kering, Lvmh, Moncler, Otb, Prada, Richemont, Salvatore Ferragamo, Valentino, Zegna) che producono in Italia o sono italiani, hanno realizzato ricavi per 141 miliardi di euro, in crescita del 42% rispetto ai 100 miliardi del 2020. Un trend positivo che continua anche nell’anno corrente: nei primi sei mesi del 2022 infatti il fatturato complessivo è salito del 27% rispetto allo stesso periodo 2021. In salita anche la redditività: nel 2021 l’ebitda aggregato è stato di 46 miliardi di euro, pari al 32% del fatturato, rispetto ai 35 miliardi del 2019.
Rispetto ai marchi, i primi dieci della classifica (in ordine: Lvmh, Richemont, Kering, Chanel, Hermès, Prada, Burberry, Moncler, Armani, Otb) hanno fatturato 136 miliardi di euro. “Se andiamo a fare la somma di questi fatturati vediamo come, di questi 141 miliardi di euro, solo il 9% è fatturato da marchi di proprietà italiana. Ormai il 90% è fatto da gruppi di proprietà non italiana”, spiega Candi. Il peso delle aziende a proprietà italiana sul totale del fatturato è pari a 13 miliardi e di solo il 9 per cento, due punti in meno rispetto al 2019.
La crescita degli internazionali negli ultimi tre anni è però un 6,6% annuo composto, quella degli italiani è a stento dell’1 per cento. “Questo vuol dire che i grandi continuano a crescere sempre di più dei piccoli e questo divario continua purtroppo ad aumentare”, ha aggiunto Candi.
Sul fronte marginalità però le imprese italiane reggono il confronto, con un margine ebitda medio del 28% contro il 33% di quelle internazionali. Un altro dato importante, che conferma il ruolo chiave dell’Italia anche nel business delle aziende internazionali, è che il 78% della produzione dei 15 marchi presi a campione sia localizzata proprio nel Belpaese, con un impatto economico di oltre 17 miliardi di euro, di cui circa 15 miliardi a livello di manifattura e di 2,4 miliardi di materie prime.



