Il rafforzamento del dollaro e la flessione della domanda alimentano le preoccupazioni in casa Levi Strauss. Il player Usa del denim ha infatti talgiato le stime per l’intero 2022, sulla scia di un terzo trimestre debole.
Nei tre mesi al 28 agosto scorso Levi’s ha registrato ricavi per 1,5 miliardi di dollari (1,52 miliardi di euro), in aumento dell’1%, mentre i profitti sono scesi da 193 a 173 milioni. Nel totale dei nove mesi, il gruppo cui fanno capo i marchi Levi’s e Dockers, ha visto progredire il giro d’affari da 4 a quasi 4,6 miliardi di dollari, mentre l’utile ha messo a segno un +4% a 419 milioni.
Come altri produttori di abbigliamento, la società quotata a New York accusa l’aumento dell’inflazione e la conseguente erosione della capacità di spesa dei consumatori, che allontanano il loro focus da beni non essenziali. Nella conference call riservata agli analisti, il CEO Chip Berg ha spiegato come a richiedere maggiore cautela, proprio per i motivi appena accennati, sia l’Europa, colpita da costi energetici più elevati. Tuttavia, ha confermato a Reuters Jessica Ramírez, analista di Jane Hali and Associates, anche i consumatori americani temono una nuova recessione, dimostrando una maggiore prudenza nello shopping.
Levi’s prevede ora una crescita dei ricavi dal 6,7% al 7% per l’intero anno fiscale. In precedenza, la società aveva stimato una progressione dei ricavi tra l’11% e il 13 per cento. L’azienda di San Francisco ha chiuso la seduta di ieri in calo di circa il 3% a Wall Street, per poi perdere fino a sei punti percentuali nell’extended trading.



