Fatta la legge, trovato l’inganno. Il cotone dello Xinjiang, la regione cinese nel mirino degli Stati Uniti e dei Paesi occidentali perché accusata di sfruttamento nei confronti della popolazione degli uiguri, nonostante sia di fatto bandito in Nord America e fortemente osteggiato in Occidente, potrebbe essere in realtà ancora utilizzato da diversi marchi di moda internazionali, seppur in modo inconsapevole. Lo sostiene uno studio pubblicato a dicembre dall’Helena Kennedy Center for International Justice della Sheffield Hallam University. La ricerca ha rilevato che il ‘riciclaggio’ del cotone dello Xinjiang è diventato una pratica diffusa, con le materie prime esportate dalla Cina a produttori di Paesi intermedi come Indonesia, Sri Lanka, Bangladesh , Vietnam, India, Pakistan, Kenya, Etiopia e Messico prima di essere venduti a marchi potenzialmente ignari della provenienza della materia prima.
Il rapporto indaga sui produttori dei Paesi intermedi che forniscono più di 100 marchi di moda globali. Entrando nel dettaglio dell’analisi, cinque di questi produttori che si riforniscono di cotone dalla regione dello Xinjiang lavorano per marchi di fascia alta come Calvin Klein e Tommy Hilfiger, ma anche Asos, Nike e River Island. Sebbene nessuno di questi marchi provenga direttamente dalla regione dello Xinjiang e sostenga che i loro produttori non utilizzino cotone prodotto nella regione per realizzare i loro prodotti, il rapporto afferma che le loro complesse catene di approvvigionamento lo rendono difficile da sapere.
A dicembre gli Stati Uniti hanno varato un testo di legge bipartisan che pone le basi per poter punire la Cina per il trattamento riservato alla minoranza musulmana degli uiguri nella regione dello Xinjiang. Alla luce di questo, vengono vietate le importazioni dalla regione cinese, a meno che non si stabiliscano prove “chiare e convincenti” sul fatto che i prodotti non siano stati realizzati con il lavoro forzato.



