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Amazon svela i fornitori ‘segreti’. Ecco le 4 aziende italiane

Di Greta Rosa
21 Nov 2019
Amazon svela i fornitori ‘segreti’. Ecco le 4 aziende italiane

La mappa dei fornitori, dal sito di Amazon

In Italia sono Soffas Converting (Lucca), Fippi Spa (Milano), Intercos Europe (Monza e Brianza), Intercorse Europe (Cremona). Fanno parte dell’elenco dei fornitori di Amazon, finora oggetto misterioso che per lungo tempo ha attirato polemiche sulla trasparenza del colosso americano. Accusato di commerciare prodotti provenienti da fabbriche che minacciano l’incolumità dei lavoratori e che sono, per questo motivo, in lista nera, il colosso dell’e-commerce ha infatti pubblicato l’elenco completo delle aziende che producono per le proprie label.

La lista illustra nomi, indirizzi, città, regioni e Paesi di diversi fornitori di ogni settore. In essa sono elencate 505 aziende cinesi e 29 società di Taiwan, 168 compagnie indiane, 23 del Bangladesh e 6 del Pakistan. Seguono Paesi quali il Vietnam, con 55 fornitori, il Giappone (31) lo Sri Lanka (29), l’Indonesia (19), la Thailandia (14), la Malesia (13), le Filippine (13), la Corea del Sud (12), la Cambogia (7) e il Madagascar (4).

Ad esse si aggiungono 102 aziende statunitensi e 12 messicane. Quanto all’Europa, presenti all’appello sono la Turchia con 11 fabbriche, il Regno Unito con 10, la Polonia con 9, la Francia con 2 e l’Italia, appunto, con 4 aziende.

Solo nel settore del fashion, l’azienda di Seattle annovera nel portafoglio oltre 100 brand di proprietà. Nonostante le intenzioni positive che si celano dietro all’iniziativa, Fashion Network ricorda come quest’ultima rappresenti un’inversione di tendenza rispetto alla posizione originariamente assunta dall’azienda: il 24 ottobre scorso, infatti, il vicepresidente di Amazon Fashion Europe, John Boumphrey, aveva dichiarato alla testata di “non poter divulgare le zone di produzione dei prodotti di moda della società”.

Le critiche nei confronti della pubblicazione non sono tardate ad arrivare, prima fra tutte l’osservazione mossa dalla Ong Human Rights Watch: come riporta Fashion Network, “la prima, la più evidente, è l’assenza dell’indicazione dell’ambito produttivo, rendendo impossibile distinguere un produttore tessile da uno specialista di cosmetici o una fabbrica di elettronica. Inoltre, Hrw osserva che l’elenco è sì presente sul portale aziendale di Amazon, ma rimane difficile da trovare per gli utenti in cerca di informazioni. Inoltre, la pubblicazione non è stata oggetto di alcuna conferenza o comunicato stampa”.

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