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L’abbigliamento italiano è ancora una questione ‘conto terzi’

Di Sabrina Nunziata
23 Ott 2019
L’abbigliamento italiano è ancora una questione ‘conto terzi’

L’abbigliamento guida ancora il conto terzi italiano. O, almeno, mantiene un ruolo di primo piano. Secondo lo studio ‘Il conto terzi in Italia’, presentato da Farmindustria e Symbola, se si considera il peso delle specifiche filiere sul totale del fatturato italiano conto terzi, l’abbigliamento vale l’8,2%, conquistando così il secondo posto dopo l’automazione (43,5% del totale). Seguono, poi, i settori di arredamento (5,4%), alimentare (3%) e farmaceutica (2,9%). La parte restante è legata invece a comparti con quote minori, come gomma, plastica, elettronica, prodotti petroliferi.

Più in generale, in Italia sono 108 mila le imprese della manifattura (ovvero il 27% del totale) che hanno prodotto almeno una volta conto terzi (gli ultimi dati disponibili sono del 2016), per un fatturato relativo a questi prodotti pari a 56 miliardi di euro (il 6,3% del fatturato totale della manifattura). La quota di fatturato conto terzi sul totale del fatturato varia in base al settore. L’abbigliamento, in questo senso, è al primo posto con un valore del 13,3%, seguito da automazione (9,6%), farmaceutica (6,4%), arredamento (6%), alimentare (1,3%).

Più nello specifico, le imprese per le quali il fatturato conto terzi è maggiore del 50% del fatturato totale sono 69mila, ovvero il 64% del totale dei terzisti, per 455mila addetti e un fatturato conto terzi pari a 47 miliardi di euro. Queste esportano il 14% del fatturato nel caso dell’abbigliamento, il 12%  dell’alimentare, il 15% dell’arredamento, il 17,5% della meccanica, per arrivare fino al 67,6% della farmaceutica.

 

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