In uno scenario, quello del retail americano, dominato dai timori sulla guerra dei dazi con la Cina, c’è una fascia di rivenditori destinata a incrementare le proprie vendite. Si tratta degli outlet e delle insegne off-price (tra le più note, negli Usa, ci sono T.J. Maxx, Marshall’s, Ross e Burlington), i cui CEO, raggiunti dal portale Retail Dive, hanno infatti diffuso stime ottimistiche. Ad avvantaggiare queste insegne è la loro stessa catena di approvvigionamento, che “inizia e finisce negli Stati Uniti”. Gli outlet comprano infatti stock di invenduti e inventari in eccesso da brand e negozi a prezzo pieno presenti sul territorio. Una sourcing strategy, scrive Retail Dive, “a prova di proiettile”.
“Pensiamo che, nel tempo, le tariffe possano creare una disruption della supply chain e questo è solitamente positivo per i retailer off-price”, ha dichiarato Tom Kingsbury, CEO di Burlington, che ha precisato come solo il 6% dei prodotti del suo gruppo arrivino dall’esterno del mercato americano. “Inoltre – ha continuato il manager – la crescita prevista dei prezzi di vendita al dettaglio sarà un driver ulteriore di spostamento dei consumatori sul segmento outlet”.
Queste riflessioni si affiancano al fatto che, mentre i department store tradizionali faticano a tenere il passo del cambiamento delle abitudini di consumo, i retailer sottocosto registrano oggi una crescita constante. Secondo Jp Morgan, il giro d’affari degli outlet dovrebbe aumentare di 18-19 miliardi di dollari (15-16 miliardi di euro) entro il 2021, schivando la concorrenza di Amazon. L’offerta di abbigliamento del colosso guidato da Jeff Bezos sarebbe infatti più in linea con quella degli store a prezzo pieno. I retailer off-price, pur privilegiando i punti di vendita fisici, hanno inoltre un buon appeal sui Millennials, sensibili a prodotti di marca a prezzi scontati.



