Tiffany continua a pagare dazio all’instabilità delle valute e dei flussi di acquisto lungo l’asse Usa-China, ma i risultati non spaventano i mercati. Che, anzi, danno fiducia alle rassicurazione del management. Nei primi tre mesi dell’anno, le vendite di Tiffany sono calate del 2,9% a 1 miliardo di dollari (circa 890 milioni di euro). L’utile è invece sceso del 12% a 125,2 milioni (1,03 dollari per azione). Nel quarter chiuso il 30 aprile scorso, le vendite a perimetro costante hanno segnato un -5%, contro il -1,9% stimato dal consensus Refinitiv. Per l’intero 2019 il gruppo newyorkese della gioielleria stima vendite in progressione “low-single-digit” (quindi tra l’1 e il 4%), contro il +5% ipotizzato in precedenza. La nuova guidance, ha fatto sapere il management della società, tiene conto del rafforzamento del dollaro e “dell’incremento delle tariffe sui prodotti di gioielleria” che verranno esportati nell’Ex Celeste Impero.
“I risultati del primo trimestre – ha detto Alessandro Bogliolo, chief executive officer di Tiffany & Co. – riflettono l’impatto delle fluttuazioni valutarie e una drastica riduzione della spesa mondiale attribuibile ai turisti stranieri. Detto questo, siamo contenti che il nostro core business, rappresentato dagli acquisti fatti dai consumatori locali, guidati dalle vendite in Cina, siano cresciuti rispetto ai risultati di vendita già molto buoni dello scorso anno. Riteniamo che questa crescita rifletta i progressi compiuti nell’attuazione delle nostre priorità strategiche, tra cui innovazione dei prodotti, della comunicazione e della client experience, e che Tiffany sia posizionata per migliorare l’andamento della seconda metà del 2019″.
Nella giornata di ieri le azioni di Tiffany hanno perso oltre il 4%, per poi riprendersi e chiudere la seduta a +2,6 per cento.



