Sono stati circa 15mila i visitatori della mostra Hermès-Dietro le quinte, con la quale la maison ha raccontato al pubblico, dall’8 al 16 marzo scorsi all’Ara Pacis di Roma, arte e segreti di dieci dei suoi mètiers, con artigiani al lavoro pronti a mostrare il loro know how e a rispondere alle domande del pubblico. Ad arricchire l’iniziativa, anche un programma di conferenze, l’ultima delle quali dedicata a Footsteps across the world, il progetto di documentari del regista Frédéric Laffont che offrono uno spaccato efficace delle attività sostenibili della maison francese e della Fondation d’entreprise Hermès.
“Hermès – ha raccontato a Pambianconews Olivier Fournier, vice presidente esecutivo di Hermès – è un’azienda che persegue uno sviluppo sostenibile e sano. La corporate social responsibility è parte del nostro dna sin dalla fondazione. E questo perché Hermès si contraddistingue per la forte componente artigianale. La tutela dei nostri lavoratori, del loro savoir-faire e della trasmissione di quest’ultimo è un dato strategico. Per noi, corporate social responsibility vuol dire valorizzazione del ‘fattore uomo’, in virtù di una tradizione di eccellenza artigianale, e dei contesti in cui siamo presenti con i nostri poli produttivi”.
Il manager ha partecipato alla conferenza spiegando come un’azienda internazionale riesca a legarsi al contesto locale e quale sia il suo rapporto con le comunità che le forniscono know-how e competenze. Nei documentari si parla, tra gli altri, del piccolo centro di Montbron, nelle campagne francesi, rinato grazie al laboratorio di pelletteria di Hermès che ha portato occupazione, o delle attività di recupero di materiali di scarto della Goldfinger Factory, in una delle aree più povere di Londra, i cui progetti di formazione sono sostenuti dalla Fondation d’entreprise Hermès.
“Abbiamo sempre puntato ad avere dei laboratori artigianali che non superassero le 250-300 persone – ha continuato Olivier Fouriner -. Il link sociale con i dipendenti è per noi più efficace solo se le diverse fabbriche e strutture produttive hanno una dimensione medio-piccola. Per questo tendiamo a sviluppare la nostra manifattura in un range determinato. Siamo sempre stati attenti a creare siti produttivi in zone che avessero una forte tradizione manifatturiera nei diversi ambiti”. Fournier ha spiegato come le assunzioni dei dipendenti avvengano tramite diversi canali, “dalle scuole ai centri statali per l’occupazione” e non siano vincolate requisiti specifici di preparazione. “Siamo noi, infatti – ha precisato il vice presidente esecutivo di Hermès -, a formare i nostri artigiani. Il training in house è cruciale per noi. Per un artigiano della pelle questa fase può durare fino a 18 mesi. Per noi è un investimento importante e si inserisce in un ambito critico dello sviluppo di un territorio”.
Secondo quanto riportato dal sito ufficiale di Hermès, la maison conta oggi circa 52 unità produttive nel mondo, di cui 41 in Francia. I prodotti della maison sono disponibili in un network di 304 store nel mondo. “La nostra produzione è per lo più concentrata in Francia, ma vendiamo la maggior parte dei prodotti fuori dai confini domestici – ha spiegato Fournier -. Il 70% della produzione è in house. Di questa percentuale, l’85% è prodotto in Francia. La nostra quota export sfiora l’80 per cento. Non vendiamo solo le nostre collezioni, ma esportiamo i valori che ne sono alla base, la nostra cultura. È importante creare delle connessioni. Il nostro staff retail, in questo senso, è centrale tanto quanto i nostri artigiani. Perché per noi “Hr” non è tanto human resources quanto human relations e capacità di comunicare dei valori aziendali”.
Nel 2018 i ricavi della maison parigina hanno sfiorato i 6 miliardi di euro, in aumento del 7,5% a cambi correnti e del 10% a cambi costanti. La crescita, spiega la nota di Hermès, “è particolarmente sana, perché si basa per lo più sui volumi”. Nel solo quarto trimestre la progressione dei ricavi è stata del 10 per cento.
Come si connette il lusso di Hermès con la corporte social responsibility? “Hermès – ha concluso Olivier Fournier – non ha una produzione di massa. Al centro della nostra identità ci sono la qualità e una rarità intesa come quantità limitate di prodotto. Quest’ultimo dato fa sì che non si scenda a compromessi in termini di qualità delle collezioni, in termini di ricerca dei materiali e di impatto dei processi produttivi e della gestione di eventuali scarti. Si tenga inoltre presente che le collezioni non vengono imposte ai nostri negozi. I direttori delle singole butique, che sanno cosa può funzionare per i loro clienti, decidono cosa acquistare. Questo ci consente una gestione ottimale degli inventari”.
Nata nel 2011, inizialmente come Festival des métiers poi diventata Hermès -Dietro le Quinte, dopo 35 edizioni in giro per il mondo la mostra è ora attesa in Cina.




