Un aspetto di rilevanza crescente, nel decretare il successo di un brand, riguarda il volume di ‘pezzi’ che prendono la strada dello smaltimento. Anche da questo punto di vista, “il marchio Cartier vive oggi una fase molto positiva”. A parlare è Burkhart Grund, chief finance officer di Richemont, che con Bloomberg è entrato nel merito delle nuove strategie della holding svizzera e dei buyback di orologi invenduti negli ultimi due anni, che hanno visto un’inversione di rotta da parte della maison fondata da Louis-François Cartier.
La sfida principale per Richemont, spiega Bloomberg, è stata riprendere il controllo del business wholesale dei sui orologi. Negli ultimi due anni, infatti, una combinazione di “shock di mercato” e la mancanza di controlli sulla produzione interna hanno fatto salire le scorte di orologi della rete di concessionari di Richemont.
“Nel 2016 – si legge sul sito dell’agenzia USA – il gruppo ha ricomprato orologi per 278 milioni di euro. Questi erano per la gran parte orologi Cartier nelle giacenze di rivenditori di Hong Kong e di altri mercati asiatici”. Contestualmente alla pubblicazione dei risultati dell’esercizio fiscale al 31 marzo scorso, il gruppo guidato da Johann Rupert ha inquadrato un ulteriore programma di buyback da 203 milioni di euro degli stock in eccesso. “Questi orologi provenivano da marchi della divisione Specialist Watchmakers, venduti principalmente ai rivenditori in Europa, dove le vendite di orologi di lusso hanno sofferto a causa della forza dell’euro, che ha indirizzato altrove le attività di vendita al dettaglio”. Lo scorso anno però, ha spiegato Burkhart Grund, “non ci sono stati buyback di orologi Cartier”: la maison, i cui ricavi sono cresciuti “a doppia cifra” nell’ultimo esercizio fiscale, ha infatti beneficiato di un clean up di mercato e del successo del rilancio della collezione Panthère.
Negli ultimi due anni Richemont ha distrutto orologi per circa 500 milioni di euro, determinato a evitarne la svalutazione e, soprattutto, l’approdo sul mercato grigio. Il colosso guidato da Johann Rupert non è il solo colosso del lusso a fare i conti con la necessita di eliminare le rimanenze di magazzino. Di recente, è infatti finita nel mirino la griffe britannica Burberry, che ha distrutto prodotti finiti per un valore di 28,6 milioni di sterline (oltre 32 milioni di euro) nel 2018. Il dato, riportato da Bloomberg, è scritto nel bilancio della società. La pratica ha generato le critiche di numerosi investitori.



