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L’addio di Tomas Maier. L’ultima bandiera ammainata da Gucci

Di Giulia Sciola
14 Giu 2018
L’addio di Tomas Maier. L’ultima bandiera ammainata da Gucci

@gucci

La fine dell’era Tomas Maier da Bottega Veneta è un segnale definitivo, un punto di discontinuità ufficiale: qualcosa è cambiato, e anche molto in fretta. Inoltre, accanto alle evidenti variabili sociologiche, la discontinuità ha anche un corresponsabile: Gucci. Il dirompente successo della griffe toscana, infatti, ha imposto un nuovo paradigma strategico all’intero mondo delle maison, dentro e fuori Kering. L’imperativo è la riconoscibilità, ovvero la necessità di un’impronta creativa di rottura e, al contempo, in grado di arrivare all’immaginario (e alla capacità di spesa) dei Millennials.

L’uscita di Maier da Bottega Veneta è stata annunciata ieri sera, spezzando un  sodalizio lungo 17 anni. Lo stilista tedesco era stato chiamato al timone creativo della maison nel 2001, quando Bottega Veneta è passata all’allora Gucci Group, e scelto personalmente da Tom Ford per sviluppare un business che andasse oltre le note borse in pelle intrecciata. Dopo una fase iniziale dedicata allo sviluppo degli accessori, nel 2005 Maier ha infatti portato in passerella anche il ready-to-wear, radicandosi nel calendario delle sfilate milanesi (dal 2017 il brand opta per la formula co-ed).

“Bottega Veneta è la maison di oggi principalmente grazie all’apporto creativo di altissimo livello di Tomas che ha riportato il marchio a essere riferimento indiscusso nella scena del lusso. La sua visione creativa ha valorizzato magnificamente l’expertise unica degli artigiani della maison”, ha dichiarato in un comunicato ufficiale François-Henri Pinault, proprietario del colosso francese del lusso.

Ma tutto questo, oggi, non basta più: non è un caso, infatti, che gli exploit, tra le controllate di Kering, spettino alla Gucci di Alessandro Michele e alla Balenciaga targata Demna Gvasalia, con il suo “elevated streetwear”.

Allo stesso modo, in Lvmh, si scommette ora sul twist di Hedi Slimane da Céline. Lo stilista che ha rivoluzionato Yves Saint Laurent in chiave rock, togliendo addirittura il nome del fondatore dal logo, debutterà alla guida di Céline il prossimo settembre e introdurrà per la prima volta il menswear e la couture.

Disruptive anche la nomina di Virgil Abloh, mente del fenomeno Off-White, al vertice creativo dell’uomo di Louis Vuitton, mentre, a Londra, toccherà a Riccardo Tisci, lo stilista che ha già traghettato Givenchy nel nuovo millennio, il compito di ‘svecchiare’ Burberry con una nuova identità.

L’uscita di Maier è quindi conseguenza della volontà di rinfrescare la maison? È possibile. Del resto, il rinnovo del retail concept di Bottega Veneta, lanciato lo scorso anno con il nuovo flagship di New York, aveva anche questo obiettivo.

Bottega Veneta ha chiuso il 2017 con ricavi in crescita del 2,4% a 1,2 miliardi di euro. Nel primo trimestre del 2018, la griffe ha segnato un ribasso a livello reported (-6,8%)  e una sostanziale stabilità su base comparabile (+0,7%) a 261,2 milioni di euro (Gucci e Yves Saint Laurent, di contro, sono cresciuti rispettivamente del 37,9 e del 12 per cento).

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