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La svolta luxury di FCA che manda un segnale all’Italia [N°7/XIII]

Di David Pambianco
10 Mag 2017

C’è qualcosa di importante nei numeri presentati nelle scorse settimane da Fca. Il balzo dei risultati, assieme alla prospettiva di nuovi spin off da portare in Borsa (sul modello di quanto fatto con Ferrari), ha portato il titolo a guadagnare quasi il 50% nel corso dell’ultimo anno, nonostante le diverse altalene legate alle voci di indagini sulle emissioni. È il segno che ci sono solide basi nell’andamento operativo. Il quale ha ormai interiorizzato la svolta, netta, che nel 2013 l’amministratore delegato Sergio Marchionne aveva annunciato: il riposizionamento del gruppo verso l’alto di gamma e cioè sui brand Maserati, Alfa e Jeep. In un nostro editoriale del marzo di quell’anno era stato analizzato il rischio di una scelta del genere, che poneva la casa torinese in evidente ritardo rispetto ai concorrenti quali Audi, Bmw e Mercedes. Ma si era anche evidenziato il notevole potenziale che una Fca di lusso avrebbe potuto portare all’intero sistema del made in Italy. Un ariete, finalmente, di acciaio per agevolare lo sbarco dell’alto di gamma made in Italy nel mondo. Ebbene, i risultati economici, e l’andamento di Borsa, rivelano che quella svolta di Marchionne ha centrato l’obiettivo e non solo. L’esito della svolta sembra anche aver definitivamente “sdoganato” la fame di lusso nella famiglia Agnelli. Non sembra casuale, dunque, la tempistica con la quale si è mosso John Elkann nel rilasciare l’intervista al Financial Times a inizio aprile. Il leader della dinastia torinese, che, attraverso Exor, controlla Fca e Ferrari oltre a una serie di altre attività premium, ha lanciato un messaggio chiaro: siamo pronti a investire nel made in Italy riconosciuto nel mondo. E lo ha fatto citando operatori in tre settori trasversali: Eataly (food), Moncler (lusso) e Technogym (fitness). L’obiettivo, insomma, sono le eccellenze per le quali esiste un potenziale valore, da estrare con lo sviluppo internazionale e, magari, con l’aggregazione (o il coordinamento) in un polo di alta gamma. Quel polo di dimensioni internazionali che il made in Italy attende da decenni. Non è detto, poi, che Elkann non abbia imparato qualcosa in famiglia. Qualche mese fa, infatti, è dovuto intervenire per riequilibrare i bilanci di Italia Independent di Lapo. Al di là della problematiche del fratello, quella avventura imprenditoriale ha dimostrato quanto possa valere un brand made in Italy, se giocato al meglio in chiave di posizionamento.

David Pambianco

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